Tu vo' fà l'americano, mericano…

Nel reparto cultura di domenica 18 febbraio 2007, il "Corriere della sera" (le cui pagine culturali, tranne rare eccezioni, sono da tempo appetitose come un piatto di zucchine lesse scondite) ha ospitato un paginone di Ernesto Galli della Loggia, professore all'università Vita-Salute San Raffaele di Milano (per chi non lo sapesse - citiamo dal sito ufficiale dell'ateneo - l'università Vita-Salute San Raffaele "nasce nel 1996 all'interno dell'Opera San Raffaele, il multiforme impegno di don Luigi Maria Verzé"). L'ateneo fondato e diretto da un prete ha reclutato - a condizioni d'oro, dice qualche malalingua sul web - il fior fiore dell'intellighentia 'laica', dallo stesso Galli della Loggia a Massimo Cacciari (già preside della facoltà di Filosofia), a Emanuele Severino: bell'esempio di armoniosa convivenza multiculturale.

Il pluralismo del San Raffaele non si manifesta solo nei massimi sistemi, ma rallegra anche le cronache. Per un don Verzé che definisce Berlusconi un "dono di Dio", ecco l'antidoto-Cacciari che lo bolla come "persona che non sa cosa dice" e "uomo di pessimo gusto" (lui, invece, è un Lord Brummel redivivo che raggiunge l'apice del bon ton quando interviene sui fatti privati dell'ex premier e consorte, sciorinati sulla piazza mediatica, pur essendo stato coinvolto in pettegolezzi da trivio con la sciura Miriam detta Veronica. Da un gentiluomo, in casi del genere, ci si aspetterebbe il riserbo assoluto. E invece il filosofo-narciso ha subito ceduto alle sirene dei riflettori, esternando con barba pensosa giudizi e diagnosi. Così, per dirla alla romana, il bue ha dato di cornuto all'asino).

Il 6 novembre 2003 apparve nel sito "I miserabili" una lettera di Giuseppe Genna all'allora direttore del "Corsera", Stefano Folli. È un documento di cui non condividiamo molte affermazioni, ma che contiene spunti interessanti. Negando alla borghesia industriale meneghina qualsiasi continuità con la tradizione 'illuminata' di Beccaria, l'autore spara a zero sulla politica culturale milanese: "non si è investito affatto in cultura, bensì in eventi che sembravano culturali, transitori ed effimeri …, aventi a che fare con la cultura come una cartolina con il luogo da cui viene spedita; si è abbandonata l'Università, lasciandola in mano a baronie scatenate e ciniche, prive di progetto, saccenti, autoreferenziate, che hanno permesso l'esplosione a granata dell'antico progetto pedagogico e formativo, diffranto tra Statale e Bicocca e altri enti minori". Segue un violento attacco a don Verzé e a Cacciari, filosofo "convocato" dal padre padrone del San Raffaele "per organizzare una specie di università a pagamento su discipline fumosamente umanistiche". Senti, senti… Questa definizione vi ricorda qualcosa? Non ci scorgete un'aria di famiglia che rinvia al nostro diletto SUM? Ma proseguiamo la lettura:

"Nelle parole di Massimo Cacciari, don Verzè appare quale coraggioso parroco di una frontiera alta e meneghina, finanziaria e imprenditoriale e culturale. Ah sì? Beh, non è proprio un Illuminismo Nuovo quello che viene delineandosi, se trainato da don Verzè, celeberrimo prete-manager milanese amico di Craxi e Berlusconi, con in dote l'altrettanto noto ospedale privato da lui presieduto, il San Raffaele. Nell'ordine di arresto del super ispettore ministeriale di una recente inchiesta, condotta su ospitaliere e ospedale, spiccano le 'interferenze' sulle norme del bilancio di previsione dello Stato per il 1998 e del bilancio pluriennale '98-2000, per i contributi statali alla ricerca scientifica a favore del Centro San Raffaele del Monte Tabor di Milano, per l'appunto, di don Verzé. Vale la pena ricordare che il sacerdote è già stato condannato per abuso edilizio e per la ricettazione di due quadri rubati a Napoli. E che cinque primari, funzionari e direttore sanitario del san Raffaele sono stati indagati a Milano per truffa aggravata ai danni dello Stato (la cosiddetta 'Sanitopoli').
È questo signore che ha deciso di rilanciare in Milano il progetto di una cittadella tutta interna, privata. Per farlo, si è dato al marketing culturale: la filosofia che ritorna di moda, e che Cacciari presenta come una maniglia di ottone lucidato fino alla consunzione, altro non è che una strategia di marketing a favore di una sottospecie di polo universitario filosofico, guidato da una trimurti filosofica: lo stesso Cacciari, Emanuele Severino (intervistato sul Corriere dopo Cacciari) e Giovanni Reale".

Ora, con l'intervento smaccatamente pro SUM di Galli della Loggia, un fil rouge inquietante sembra collegare l'università "Vita e salute" - ammucchiata eterogenea di affaristi e opportunisti, di politicanti e grandi firme, di telestar e maîtresses à penser - all'astro nascente dell'ormai declinante cultura fiorentina. Il soffietto del "Corriere" esordisce in pompa magna: "Italiani - Alla ricerca dei caratteri originari della nostra tradizione: come si riscoprono le proprie radici". Titolone: "IDENTITÀ. Saranno gli espatriati nei college americani a raccontare chi siamo".

Perché qui in Italia, chi siamo, non lo sa nessuno. Si brancola nel buio. Dobbiamo per forza cercar lumi oltreoceano, dove tutti sono più bravi e tutto, naturalmente, è meglio, tanto per non smentire i più stolidi luoghi comuni del provincialismo italiota. Anche se più volte mi è capitato di raccogliere le sconsolate confidenze di un caro amico già docente a Harvard, Franco Fido, sulle difficoltà degli studi umanistici negli Usa, nonché sulla preoccupante avanzata degli insegnamenti spettacolari, 'moderni', etnico-interdisciplinari (e, per dirla tutta, un po' ruffiani) a detrimento delle discipline tradizionali, dure e pure.

Dunque, il SUM mira a "costituire una rete [rieccoci!] permanente tra i professori italiani [del Nord America] nel campo delle scienze umane per favorire scambi di informazione, collegamenti, sinergie". Un obiettivo che "dovrebbe cominciare a concretizzarsi in un incontro di qui a qualche settimana a Washington". Dovrebbe. Intanto si fa una bella scampagnata in America a spese del contribuente, poi si vedrà.

"Non è forse sbagliato, però, intravedere dietro questo progetto di taglio soprattutto organizzativo un traguardo di assai maggior rilievo: non solo fare del SUM uno stabile punto di riferimento, una sorta di sponda privilegiata per tutta la comunità studiosa italiana in America settentrionale, ma altresì dare una qualche organicità e dunque unitarietà maggiore a quella presenza. Senza irreggimentazioni di sorta, è ovvio, ma pur sempre con l'idea, immagino, di esprimerne se possibile un senso, un volto complessivi".

"Forse", "una qualche", "immagino"... Che fatica disumana, professor Galli della Loggia, estrarre da tutto questo fumo un arrosticchio agro e stentato! Ma chi gliel'ha fatto fare? Quel che segue è, se possibile, ancora più sconcertante:

"L'impresa cui si accinge il SUM lascia intendere, se non sbaglio, che quell'identità alla fine ci sia, anche se su di essa si preferisce per il momento non dire nulla. Giustamente: perché se un'identità specificamente italiana esiste, espressa dai nostri studi umanistici, se oggi esiste davvero un'identità che possa più o meno direttamente ricondursi ai 'caratteri originari' della nostra storia e alla tradizione che ivi ha preso forma nel corso dei secoli, ebbene essa è forse rintracciabile più che guardando alla complessa situazione italiana dall'interno, guardando ad essa dall'esterno, stando per così dire 'fuori' di essa, per giunta, magari, essendo obbligati ogni giorno a tradurla e mediarla nei confronti di un contesto estraneo".

"Lascia intendere" (perché è talmente fumosa che non ci si capisce nulla), "se non sbaglio", "se… se…", "più o meno", e poi di nuovo "forse", "per così dire", "magari"… Ma professor Galli della Loggia! Che razza di stile è questo? Mi sbaglio o si sentiva in tremendo imbarazzo scrivendo il suo articolazzo a sette colonne e titoli cubitali?

"Ed è proprio questa la strada che già oggi , mi pare, si apre in prospettiva davanti all'Istituto di scienze umane, con l'indicazione di un tracciato che potrebbe davvero condurre a un risultato oltremodo significativo, in qualche modo probabilmente già messo in conto".

"Mi pare", "potrebbe"… Certo, s'intende, "oltremodo", ma - meglio andarci piano! - pur sempre "in qualche modo probabilmente"… Che prosa, professore! Mai letto nulla di così sgangherato nei suoi interventi. Che cosa le è successo? Non sarà che per caso, forse, chissà, hai visto mai?, mentre si arrampicava sugli specchi per dare un senso alle veline contenenti il "tracciato" del SUM-pensiero (ossia un encefalogramma piatto), le sia sopraggiunta la sgradevole sensazione di dire - mi scusi - emerite fregnacce? Non le è venuto il dubbio che qualcuno (qualche auctoritas del SUM, suppongo) preferisse "per il momento non dire nulla" semplicemente perché non aveva nulla, ma proprio nulla, da dire? Non l'ha sfiorata il sospetto che l'ospitalità offerta dal "Corriere" allo spottone promozionale di chi aveva da ammannire ai malcapitati lettori solo un'indecorosa cicalata fosse la ciambella di salvataggio per una ciurma naufragata nel ridicolo di cooptazioni autarchiche, seminari-ribollita, eccellenze fai-da-te? Altro che sponda privilegiata!

E poi, si può sapere a quali docenti si allude? Quali 'caratteri originari' potranno mai avere in comune un politologo alla Sartori e un filologo romanzo, un sociologo e un cultore del teatro iberico del siglo de oro, un esperto d'arte contemporanea e uno studioso di Dante - come ad esempio Lino Pertile, autorevole docente a Harvard - o uno specialista di testi veneti (su cui per tanti anni si è esercitato il magistero harvardiano di Franco Fido)? Che cosa si progetta di concreto dietro questa irritante cortina fumogena di discorsi a vanvera e d'iniziative velleitarie?

E ancora: fin dove arriverà la ricerca delle radici? Fino al medioevo? O si spingerà a ritroso fino al mondo greco-romano? Perché non scavare anche nella civiltà villanoviana, nel neolitico e nel paleolitico? E in che cosa, se la domanda non è impertinente, il filologo di stanza a New York illuminerà, poniamo, il collega italiano alla ricerca di una sua tormentata identità? Gli comunicherà forse che negli States il metodo bédieriano conta più adepti di quello neolachmanniano, gettandolo nello sconforto più nero? O che la tesi araba, per quanto riguarda le origini della lirica romanza, sta perdendo quota nei campus, risollevandolo dalla depressione?
Grandiose scoperte identitarie si profilano all'orizzonte, ora che abbiamo, dopo l'eroe, il genio dei due mondi, il politropo, universale, proteiforme Aldo Schiavone. Anzi, perché limitare il raggio d'azione al Nord America? Se si parla di radici, certamente ne abbiamo di più in comune con l'America latina. Forza SUM, avanti tutta: un'altra bella gita ad Acapulco e il gioco è fatto. Messico e nuvoleee…

Di caratteri originari, nel frattempo, si stanno occupando con rigore scientifico molti docenti americani, nei campi più diversi. Recentemente, proprio a uno studioso statunitense - William D. Paden, professore alla Northwestern University di Evanston - si deve un attento riesame dei più antichi testi in lingua d'oc (Before the Troubadours: The Archaic Occitan Texts and the Shape of Literary History, in De sens rassis: Essays in Honor of Rupert T. Pickens, Amsterdam, Rodopi, 2005). Il tema è d'importanza cruciale: si tratta delle prove esordiali della civiltà letteraria che ha insegnato la poesia all'occidente. Sono lì le nostre comuni radici culturali, al di là di vere o presunte peculiarità etniche. Sgombrato il campo dai troppi pregiudizi e dalle idées reçues sedimentate nei secoli, si scoprirà che i dati oggettivi confermano, a ben guardare, la tesi di Rodney Stark, The Victory of Reason. How Christianity Led to Freedom, Capitalism, and Western Success (ora anche in italiano, La vittoria della Ragione, Torino, Lindau, 2006).
Per finire, una curiosità. Sapete chi è l'autore più citato nel documentatissimo saggio di Paden? Un guru statunitense, o un mostro sacro della Sorbona, o un eccellente del SUM, penserete voi. Macché. È una tizia che insegna, poveraccia, nella derelitta, sgarrupata e squattrinata facoltà di Lettere di Firenze.