Ricordate quella celebre inchiesta? Da allora è cambiato qualcosa? Neanche per sogno. Ma se volete farvi quattro risate sull’inestirpabile, ottusa e tronfia genia che vi affligge, leggetevi queste rime di Carlo Lapucci (dalla raccolta Statue di fumo) e, se volete approfondire l'argomento, ascoltate La famiglia del rettore nell'interpretazione di Gappa.

 O’ BBARONE

  

Io nacqui giovanissimo

sopra ad un piedistallo

col culo di cristallo

ed una borsa in man.

 

Mi dedico ai miei scritti

abito in via Me Stesso:

son uomo di successo

dell’Università.

 

Saluto deferente

vedendomi allo specchio

stimandomi parecchio

e forse ancor di più.

 

Non posso restar solo

a lungo con me stesso:

la compagnia d’un fesso

purtroppo mi fa mal.

 

Son sopra quattro cattedre

cinque poltrone e un banco,

eppure non mi stanco

ancor d’arrampicar.

 

Mi muovo in grandi macchine

che il basso ceto agogna,

ma non mi fa vergogna

perché a sinistra ho il cuor.

 

Mi faccio le domande

da solo alle interviste,

collaboro a riviste

 anche di varietà.

 

All’estero viaggio

per simposi e congressi,

prolusioni, decessi

che poi vo a raccontar.

 

Mi telefono spesso

per dirmi dove sono,

per dirmi: “Amor, perdono,

presto ritornerò”.

 

Scrivo articoli vari

indeterminativi

di cui, per più motivi,

son l’unico lettor.

 

Non so più quel che dico,

che scrivo, cosa insegno:

ormai sono un congegno

che a sua insaputa va.

 

Mi scrivo cartoline,

mi faccio serenate,

mi dono autografate

le mie prime edizion.

 

Parlo a Parigi, a Londra,

a Mosca, a vuoto, a braccio,

a vanvera, a casaccio

senza difficoltà.

 

Faccio le scarpe, metto

bastoni tra le ruote,

amo le teste vuote

che ombra non mi dan.

 

Finita la carriera

farò una fondazione

che porterà il mio nome

e studierà sol me.

 

Mi farò imbalsamare

e metter nell’ingresso:

starò umil, dimesso

tra i ceri d’un altar.