IL CIRCO BARSUM

 

C’è qualcosa che non funziona nel SUM, altrimenti non si capirebbe perché cerchi di racimolare soldi in ogni modo. Forse si è speso più del previsto: non poco devono aver pesato i lauti pranzi e le spese d’albergo per i lunghi soggiorni offerti ai vari ospiti, più o meno illustri, transitati da Palazzo Strozzi. Tra i conferenzieri recentemente esibitisi spiccano studiosi internazionalmente noti per la profondità e l’originalità del loro pensiero (ancorché poco apprezzati in patria, come si è potuto constatare di recente): Fausto Bertinotti, Oliviero Diliberto, Cesare Salvi, tutti appartenenti, guarda caso, all’area politica dell’ex ministro dell’Università Fabio Mussi. Piaggeria autopromozionale? Nooo! Pura coincidenza. Però… però non ci meraviglieremmo affatto di veder sfilare sulla passerella dell’altana, dopo il terremoto elettorale, raffinati intellettuali come Roberto Calderoli e Mario Borghezio. Inoltre, mentre un po’ dovunque si sono bloccate le assunzioni, al SUM l’organico del personale è notevolmente aumentato e lo Stato (sempre insensibile alle sacrosante esigenze della cultura!) non ha incrementato il fondo di finanziamento, del resto già stratosferico rispetto a quello degli altri atenei. Eh già, perché spesso si dimentica che il SUM è pubblico, non è un’università privata che può spendere e spandere come gli pare. Le sue risorse provengono in massima parte dalle tasche del contribuente.

Di quanto sia fumoso il progetto culturale SUM, caotica accozzaglia di discipline che spaziano dalla Sociologia urbana alla Filologia romanza, dal Diritto romano alla Storia medievale, transitando per la Filosofia morale e la Scienza Politica, abbiamo detto più volte, spiegando anche che si tratta di una tara genetica. Il SUM non nasce da un alto e nobile progetto culturale, come si va da tempo strombazzando (e c’è qualche gonzo, anche nelle istituzioni, che se la beve): nasce dall’iniziativa di alcuni docenti fiorentini che, avendo occupato cariche importanti nella gestione dell’ateneo, sapevano perfettamente quale sfacelo - cui, peraltro, avevano contribuito come membri del Senato accademico e del Consiglio di Amministrazione - si andava profilando all’orizzonte. Che fanno i topi quando si approssima il naufragio? Abbandonano la nave. Appunto. Il problema era: “Chi ci imbarca”? Ovvia risposta: Nemmeno un cane. “E allora, dove possiamo andare per scampare al disastro?”. Pensa e ripensa, spunta l’idea geniale: nulla di meglio che costruirsi in casa una scialuppa (meglio ancora: un transatlantico) di salvataggio, cooptando qualche buon amico che garantisca provvidenziali entrature ministeriali. Questo tanto per rinfrescare la memoria storica. Ma veniamo all’attualità.

L’ultima iniziativa SUM è il progetto “Film Summer School”, un corso dal titolo “L’analisi del testo filmico”, 60 ore di lezione dal 1° al 12 luglio 2008, a Villa Morghen, per un massimo di 40 persone. Costo: € 500,00, comprensivo di alloggio presso la stessa Villa Morghen (stanze a due o a tre letti) e mezza pensione.  Il che significa, se si troveranno 40 allocchi, che l’incasso sarà di € 20.000,00. Un introito forse netto, perché per questa iniziativa il SUM dichiara di avere “il contributo della Provincia di Firenze”. Da parte sua il Dipartimento di Storia delle Arti e dello Spettacolo dell’Università di Firenze si è limitato a dare il patrocinio: ma non poteva invece il Dipartimento organizzare un proprio master, incassando quei fondi della Provincia che finiranno nelle fauci fameliche della concorrenza? Del resto è presso quel Dipartimento che sono incardinati alcuni docenti del corso, mentre non risultano al SUM competenze specifiche in materia. Sarebbe interessante scoprire come mai la Provincia assegna proprio al SUM, privo di esperienza in questo settore, contributi per organizzare corsi di “analisi del testo filmico”, e per qual motivo il SUM voglia allargare alla cinematografia l’eterogenea gamma della sua cosiddetta ‘offerta formativa’. Forse per quella spasmodica - e probabilmente, oggi, redditizia - ricerca di luci della ribalta che da sempre caratterizza il nuovo ateneino fiorentino, i cui vertici individuano nella pubblicità, nella rincorsa delle mode pseudoculturali e nella sovraesposizione mediatica, anziché nella silenziosa dedizione alla ricerca, la chiave del successo? Forse per confermare la meritatissima fama d’Istituto Superiore di Tuttologia applicata (applicata, s’intende, al rastrellamento scientifico di finanziamenti che potrebbero più utilmente approdare ad altre e ben più serie università, nonché all’astuta captatio benevolentiae del potere politico di turno)?