Illegalità a cascata

(Ma il barone ha sempre ragione)

Il «Corriere della Sera» di oggi 28 marzo 2009 pubblica un violento attacco di Gian Antonio Stella all’appena nominato Capo Dipartimento dell’Università Antonello Masia, definito «il burocrate che salva i ‘maestri’» - notare le virgolette - (e vanifica le sentenze). L’articolo espone una lunga serie di vicende di nepotismo, abusi e intimidazioni nei confronti di concorrenti ‘sgraditi’, ed elenca gli interventi dell’autorità giudiziaria che ha dichiarato nulli tali concorsi fraudolenti. Ma i vincitori sono ancora tutti al loro posto. E questo grazie, in larga misura, alla ‘filosofia’ di Masia, che salvò persino l’operato dei responsabili di «plurime e prolungate condotte criminose», nonché di «profonda e amorale illegalità» (parole del giudice che emise la sentenza), rei di avere scandalosamente truccato un concorso di Otorinolaringoiatria tagliato su misura per figli d’arte e raccomandati di ferro. La ciambella di salvataggio fu giustificata col sottile distinguo «che la sentenza penale non annulla automaticamente l’atto amministrativo senza la pronuncia del giudice amministrativo»; inoltre «l’annullamento di un atto non può fondarsi sulla mera esigenza di ripristino della legalità, ma deve tener conto della sussistenza di un interesse pubblico». Per il Masia-pensiero l’interesse pubblico prevalente consiste sempre e soltanto nel mantenimento dello status quo: vuoi mettere il trauma dei poveri studenti che fossero, Dio ne scampi!, depauperati del sublime insegnamento impartito dal figlio, dall’amante, dal cugino del barone che ha incattedrato cotanti luminari? E chi potrebbe riparare lo sfacelo conseguente all’annullamento di concorsi ove i neobaronetti hanno piazzato a loro volta legioni di scagnozzi e tirapiedi?

L’assurdo di questa storia torna a galla ora per la meritata, anzi meritatissima promozione di Masia a dominus, come scrive Stella, dell’università italiana. Ma nella denuncia del «Corriere», in realtà, non c’è nulla di nuovo. Già nel 2006 Quirino Paris aveva denunciato con una documentazione esauriente ed ineccepibile l’incredibile insabbiamento di sentenze definitive emesse dai giudici in nome del popolo italiano e di fatto finite nella spazzatura. Non c’era solo la vergogna di Otorinolaringoiatria (otto cattedratici condannati per abuso di ufficio, falso ideologico e violenza privata); c’era anche l’economia agraria nel libro nero. Scriveva Paris:

«La Sezione Sesta del Consiglio di Stato, in data 31 gennaio 2006, ha pubblicato la sentenza n. 315/2006 con la quale conferma l’annullamento del concorso universitario per professore di seconda fascia del settore scientifico disciplinare G010 (economia e estimo rurale) bandito nel 1990. In quel concorso nazionale, una commissione di nove membri dichiarò idonei 35 candidati. Mariella Eboli, ricercatrice dell’Università di Roma la Sapienza, fece ricorso al TAR del Lazio che nel 1999 dichiarò l’annullamento del concorso a causa dell’illegale composizione della commissione giudicatrice per la presenza del professor Cosimo Cassano che era già stato commissario nel precedente concorso del 1986. Molti idonei e il MIUR fecero appello al Consiglio di Stato che il 31 gennaio 2006 confermò l’annullamento del concorso. In particolare, la sentenza legge: “Essendo stato confermato l’annullamento della nomina della commissione d’esame, a motivo della accertata incompatibilità del prof. Cassano, anche l’annullamento di tutti gli atti compiuti da questa commissione, compreso il giudizio sui singoli candidati, deve essere confermato”. Per il cittadino legalitario, ma ingenuo, il da farsi è chiarissimo. I trentacinque ‘idonei’ del 1990 decadono dal loro titolo di professore associato illegalmente acquisito. Inoltre, la loro partecipazione a successivi concorsi universitari in qualità di membri di commissione invalida anche quei concorsi. In appendice si riporta l’analisi di tutti i concorsi che dovrebbero essere annullati a seguito della sentenza del Consiglio di Stato.

In sintesi,

1. La commissione del concorso annullato del 1990 dichiarò idonei 35 candidati. Al febbraio 2006, undici (11) idonei (decaduti per via della sentenza) svolgono il ruolo di professore associato, mentre ventiquattro (24) idonei hanno assunto, nel frattempo, il ruolo di professore ordinario (straordinario).

2. Nel concorso per professori universitari di seconda fascia bandito nel 1998 per lo stesso settore disciplinare, cinque (5) idonei del concorso 1990 fecero parte della commissione di valutazione. Di conseguenza, i lavori di quella commissione sono da considerarsi invalidi e i 26 idonei del concorso 1998 sono da considerarsi decaduti.

3. Dal 1999 al 2005, i 35 idonei del concorso 1990 (ora decaduti) hanno partecipato come membri delle commissioni di valutazione a 94 concorsi universitari. La loro partecipazione fu, per la maggioranza dei casi (71), in qualità di professori associati. Anche questi concorsi devono ritenersi invalidati dalla sentenza del Consiglio di Stato N. 315/2006.

4. Dal 1999 al 2005, i 26 idonei del concorso 1998 hanno partecipato come membri di commissioni a 26 concorsi universitari. La loro partecipazione fu, per la maggioranza dei casi (20), in qualità di professori associati. Anche questi concorsi devono ritenersi invalidati dalla sentenza del Consiglio di Stato n. 315/2006. Il MIUR, ed in particolare la Direzione Generale per l’Università diretta dal Dott. Antonello Masia, dovrebbe essere l’organismo pubblico che rende esecutiva la sentenza del Consiglio di Stato. In realtà, quali sono le prospettive di una sia pur limitata esecuzione di tale sentenza? Le prospettive non sono favorevoli. Il MIUR si è sempre rifiutato di eseguire qualsiasi sentenza della Corte d’Appello, della Corte di Cassazione, del Tribunale Amministrativo e del Consiglio di Stato che richiedesse l’annullamento di un concorso».

Paris denunciava chiaramente l’attività di temporeggiamento, se non addirittura ostruzionistica, del MIUR rispetto all’esecuzione della sentenza (il Ministero si rivolse, per aver lumi circa l’annullamento del concorso, prima al Consiglio di Stato, poi alla Corte Penale d’Appello, poi alla Corte di Cassazione e di nuovo al Consiglio di Stato), per concludere sconsolatamente che «i ‘vincitori’ [del concorso annullato] rimangono nei ruoli delle rispettive università e lo Stato si incarica di pagare loro stipendi e pensioni». E vane furono anche le campagne di Ateneopalermitano a favore delle tesi di Paris (e soprattutto delle sentenze giudiziarie). Arriva ora la degna conclusione di questa tipica storia italiana: il cunctator maximus ottiene il riconoscimento dovuto alla sua esemplare strategia da conte zio (troncare, sopire...). Come sempre, nell’università italiana e nel relativo ministero, chiunque governi, a farla da padroni sono i soliti volponi.