Conversazione nel chiostro

   

Il 22 giugno 2007, alle 8 di mattina, si aggiravano nel chiostrino dei morti (che è l’attuale ingresso della Facoltà di Lettere e Filosofia, dopo la chiusura per manifesta indecenza dell’accesso ‘storico’ dal cancello di piazza Brunelleschi) due uomini alti e magri, vestiti di bianco: uno giovane, con la barba scura, l’altro più anziano, con la barba brizzolata. Mi hanno incuriosito e ho pensato di scattar loro una foto col telefonino, ma ho sbagliato tasto e senza volere ho registrato la loro conversazione.

 

Sapiens. Vedi, caro amico, com’è suggestivo questo chiostrino dei morti, con queste antiche lapidi…

Idiota. Bello, bello. Si respira un’atmosfera cemeteriale in perfetta sintonia con lo stato attuale dell’università: ‘memento mori’, ‘pulvis es’… Ma io veramente cercavo un portiere o bidello a cui chiedere un’informazione. Qui però non c’è nessuno, e non si vede neppure l’ombra di una targa. Anzi, non c’è nemmeno un cartello scritto a mano che porti l’indicazione: Facoltà di Lettere e Filosofia.

Sapiens. Eh, sai, mancano i soldi anche per quello. Ma non ce n’è bisogno, siamo universalmente noti e godiamo di un prestigio straordinario!

Idiota. Non ne dubito. Sulla stampa e sul web la magnificenza della vostra sede e l’efficienza dei vostri servizi di sorveglianza sono diventate leggendarie. Tra l’altro ho sentito dire che state facendo una cosa unica al mondo.

Sapiens. Sì? E quale sarebbe?

Idiota. Si vocifera di uno statuto bicefalo…

Sapiens. Uno statuto bicefalo? Toh! Questa mi giunge nuova!

Idiota. Possibile? Ma non c’è nessuno che vi informi? Nessuno che vi chieda un parere o un’opinione? Eppure, a quanto mi risulta, voi di Lettere e Filosofia avete una preside integerrima ed efficientissima.

Sapiens. Certo che ce l’abbiamo, e ce la teniamo ben stretta! Pensa che si preoccupa maternamente della nostra educazione, ci rimprovera se è il caso, ci protegge con amorevole sollecitudine, arrivando, figurati!, a nasconderci realtà tristi o sgradevoli per non farci dispiacere e non procurarci traumi devastanti.

Idiota. Insomma, se ho ben compreso, fa di tutto perché non vediate la differenza con le altre facoltà.

Sapiens. Certo! E sempre a fin di bene, è chiaro. Non possiamo che esserle grati.

Idiota. Capisco. Immagino che vi consulti assiduamente, che vi ascolti con attenzione e poi si attivi per realizzare i vostri desiderata…

Sapiens. Non è necessario! Lei sa già tutto, conosce a menadito le nostre esigenze sia nel campo della ricerca sia in quello della didattica e decide per il meglio, persino in anticipo sul consiglio di facoltà.

Idiota. Ma vi metterà pure al corrente dei problemi dell’ateneo! Che cosa vi racconta?

Sapiens. Ci racconta… ci racconta le cose più importanti: i desiderata del rettore! Tutte le altre bazzecole le lascia perdere. Discuterne sarebbe tempo perso.

Idiota. E avete inserito questa carica fin qui inusitata, “portavoce del rettore”, nel nuovo statuto?

Sapiens. Amico mio, tra la nostra preside e il rettore c’è una tal corrispondenza d’amorosi sensi (platonica, non mi fraintendere!) che è superfluo metter nero su bianco. Due cuori che battono all’unisono, e soprattutto: due teste, un pensiero unico.

Idiota. Ecco, ecco cos’era lo statuto bicefalo di cui avevo sentito parlare! E dimmi, in confidenza: da questo idillio avrete tratto molti vantaggi, eh?

Sapiens. Beh… se devo esser sincero, ancora non si sono visti. Anzi, per dirla tutta, siamo proprio con le toppe al sedere. I docenti che se ne vanno per raggiunti limiti d’età non vengono sostituiti, causa mancanza di fondi. Per insegnare la letteratura inglese, che ha migliaia di studenti, sono stati tirati fuori dalla naftalina tutti i pensionati disponibili. Come vedi, si pensa al futuro, s’investe nei giovani più brillanti… Ma noi docenti della facoltà siamo fermamente convinti che, proprio grazie al meraviglioso feeling preside-rettore, le cose miglioreranno. Solo due o tre bastian contrari dicono che siamo già al punto di non ritorno. Certo, vista la situazione è difficile smentire questi uccellacci del malaugurio. Ma, vedi, sono proprio ottusi! Che razza di babbei! Pensano che si debba giudicare dai fatti anziché dalle promesse, e non c’è verso di far entrare in quelle zucche dure l’idea che bisogna premiare chi ha sbagliato e dar fiducia a chi ha fallito. Checché ne dica quella gentaglia, è questa la strada giusta, e solo così ci risolleveremo. Io, per quanto mi riguarda, ci metterei la mano sul fuoco!

 

A questo punto la registrazione si è interrotta. Ho scattato la fotografia e ho rimesso il cellulare nel taschino. Ma quando, a casa, ho scaricato l’immagine sul computer, mi sono accorto che i due personaggi erano rimasti fuori campo. Curioso, perché ero convinto di averli inquadrati alla perfezione. Mi assale un sospetto: chiostrino dei morti… lapidi infrante… Che fossero due ectoplasmi?

 

Firenze, 22 giugno 2007

 

Ireneo Galizia