L’università inutile

 

 

In un articolo pubblicato su “ La Repubblica ” del 13.6.2007, Pietro Citati lamenta che pochissimi giovani stranieri studiano nelle università italiane, mentre gli atenei inglesi, francesi e tedeschi sono pieni di studenti provenienti non solo dai più svariati paesi europei, ma anche dal medio o dall’estremo oriente. Perché non vengono in Italia? Colpa di una burocrazia ottusa e asfissiante, come hanno scritto i giornali? Citati non ne è convinto: la verità è che le università italiane, con poche eccezioni, sono pessime. A dire il vero, almeno nel settore umanistico (quello cui l’articolista dedica maggiore attenzione), non è che le università francesi siano migliori, come ogni docente può quotidianamente constatare vedendo il livello degli studenti Erasmus. Anzi, lì lo tsunami dello scadimento culturale è cominciato prima che da noi e ha lasciato rovine un po’ dovunque. Come tanti che sproloquiano a ruota libera della complessa, aggrovigliata e spesso imperscrutabile realtà universitaria, Citati non è ben informato. In Francia - per ora - funzionano e offrono un’ottima formazione solo le Grandes Écoles, che nulla hanno a che vedere con le screditate università di massa (sono il modello nobile di quei centri d’eccellenza che, malamente scimmiottando le istituzioni d’oltralpe, cominciano a proliferare un po’ dovunque anche in Italia, con risultati talvolta grotteschi, da bricocenter del sapere): ma c’è chi le mette sotto accusa perché troppo elitarie, insomma ‘classiste’.

Comunque sia, Citati scopre finalmente l’acqua calda: ossia che l’università delle lauree facili e dei programmi ridotti all’osso - l’esamificio a buon mercato, il suk dove si arriva a contrattare l’inutile voticchio che consentirà di conquistare un altrettanto insignificante pezzo di carta - non serve a niente. Ma chi vive e lavora negli atenei se n’è accorto da anni, e molti - specialmente i migliori -, disgustati e sfiduciati, hanno scelto il pensionamento anticipato. Dal ’68 in poi è stato un continuo precipizio: ogni intervento ha implacabilmente demolito quel poco che si era salvato dalle picconate della precedente gestione. Tutte le riforme sono state presentate - il copione lo conosciamo a memoria - come un trionfo della democrazia, come garanzia di riscatto per i giovani delle classi popolari, ma per quanti provengono dai ceti più umili l’università, sempre più spesso, si rivela una beffa, anzi un’autentica truffa: spese, sacrifici, lunghi anni a carico delle famiglie e in cambio nessuna professionalità, scarse nozioni e, soprattutto per le facoltà umanistiche, ben poche speranze di trovare un lavoro adeguato al curriculum. La mobilità sociale non passa più di lì, la selezione della classe dirigente nemmeno. Ormai la differenza non è tra bravi e mediocri, bensì tra chi può permettersi i master prestigiosi (e costosi) all’estero e chi invece deve accontentarsi dello scalcagnato titoletto rilasciato dall’ateneo sotto casa: per friggerselo. Bel progresso, non c’è che dire, e gran successo dei continui rivolgimenti, delle ambiziose trasformazioni epocali sempre attuate per il bene del popolo. Citati se la prende con la riforma Berlinguer (e l’ex ministro gli risponde, su “Repubblica” di oggi 15.6.07, che rispetto a 10 anni fa la situazione è migliorata: oggi i laureati sono di più e più giovani. Però i numeri e l’anagrafe non sono tutto. Il punto cruciale è un altro: quali competenze hanno questi dottori?), che certo ha fatto i suoi guasti, ma il problema è precedente: quando è stato introdotto il marchingegno del tre più due con annesso baraccone dei crediti (almeno fossero stati uniformi! neanche i conti tornano: qualche ateneo usa un sistema a base 4, qualche altro a base 6, altri ancora preferiscono il 5) già non restava granché da salvare. Nella seconda parte dell’articolo (che qui riproduciamo) si preannuncia una buona novella: solo che ormai siamo tutti come san Tommaso…

 

   

 

Ci è pervenuto un commento all’articolo di cui sopra. Lo pubblichiamo volentieri:

 

 

 

Carissima collega,

 

sono d’accordo con Citati sullo sfascio della nostra Università Riformata: bisognerebbe essere sordi, ciechi e muti per non accorgersene.

Però, se la memoria non m’inganna, non appena scoccò la magica parola ‘riforma’, furono proprio gli addetti ai lavori, pecorinamente proni agli ordini superiori, da veri figli del vento alla Carl Lewis, anzi più veloci della luce, come tanti Superman o Superwoman, a votarsi body and soul, in preda a una sorta di orgasmo da conta dei crediti, alla fulminea attuazione dei diktat ministeriali (imperante, all’epoca, Berlinguer con stuolo di fidi pedagoghi). E guai ai biechi reazionari che osavano dissentire! Eppure era facile prevedere i gattini ciechi del precipitoso parto, anche senza avere antichi legami di parentela con la Sibilla Cumana o intime frequentazioni col mago di Arcella. Ora, da ogni dove, tanti devoti famuli d’antan piangono sul latte (da loro stessi) copiosamente versato.

Mi ha un po’ stupito il brano di Citati sui giovani dediti a forsennate letture notturne (tu, cara collega, mi ricordavi ridendo la figurina di Aristotele del Libro de Alexandre antico spagnolo, dove si dice che il precettore di Alessandro Magno, per preparare i suoi sillogismi, tutta la notte veló al cresuelo, ‘vegliò a lume di candela’). Forse per la mia pochezza, nella mia pluridecennale esperienza di docente universitaria avrò trovato sì e no un giovane - uno di numero - così ardente di sapere e pronto a sfinirsi gli occhi fino all’alba sui classici di ogni tempo. “Ah, se per una volta sola rivederlo potessi”! Invece, la classe spesso pullulava di studenti che fino all’alba si erano sfiniti i timpani e le non proprio sfavillanti meningi in discoteca, e ciondolavano assonnati sui banchi afferrando forse il 3% delle mie spiegazioni. In questi ultimi anni ho anche dovuto ingaggiare una sfibrante lotta per non concedere ulteriori sconti sul già anoressico pacchetto dei testi da portare all’esame.

Sono poi rimasta di sasso nel veder giudicata ex tanta cathedra come una sorta di peccato imperdonabile la presunta ‘ossessione’ (da Citati attribuita ai suoi e miei anni giovanili) di “scoprire il giusto metodo critico”; metodo che a quanto mi è stato, of course erroneamente - “intendo, intendo…”- , insegnato, dovrebbe costituire la base di ogni seria o appena decente ricerca, pena l’inconsulto saltabeccare di palo in frasca. E, ancora una volta, mi duole dire che di quella nativa agilità mentale, di quella sorgiva acutezza e di quella oserei dire cibernetica esattezza menzionate dall’illustre critico non ho mai percepito sentore, impegnata com’ero, quasi a tempo pieno, nella correzione di deprimenti sfondoni d’ortografia e nel raddrizzamento della sintassi for beginners dell’itangliano; per non parlare dei naufragi nel mare della più banale cronologia cui mi è toccato assistere con crescente sgomento. E stendiamo un velo pietoso sui miei sforzi sovrumani per rintracciare un seppur esiguo filo logico fra tanti pensieri in libertà.

Vorrei ora rivolgere un appello all'illustre autore. Forse la mia, caro Citati, Le parrà invidia di un’antica secchiona nei confronti dei più freschi e rampanti virgulti, bizzosa acredine di una dinosaura professionalmente vissuta - “ahi cruda sorte!” - in una sede particolarmente sfigata. Ma sia cortese, mi riveli, per favore, l’ubicazione di queste turbe di arabe fenici studentesche. E Le “giuro su Dio, che l’anima tutta mi vede”, che Le sarò grata in eterno della preziosa informazione. Poi, “lieta poss’io precederti nella promessa terra”...

 

                                                                    Un affettuoso saluto,

                                                                             tua

                                                                    Palmira Tirinnanzj