Codice etico e sciocchezze a ruota libera

Riportiamo l'articolo di Lucia Lazzerini pubblicato in "Università-Notizie" (periodico dell'USPUR), maggio-giugno 2008, pp. 20-21, e ripreso quasi integralmente nelle pagine di "Agenda Coscioni" (luglio 2008) dedicate all'Italia "della ricerca truffata e dell'Università saccheggiata" (p. 9; cfr. http://www.lucacoscioni.it/files/COSCIONI_numero23_bassa.pdf ). 

Una nuova parola d’ordine sta circolando nelle università italiane: «ci vuole un Codice etico». Non bastavano le decine di moduli demenziali da riempire, i consigli di facoltà, di corso di laurea, di dipartimento; le commissioni e le consulte; le assemblee logorroiche dove spesso non si riesce neppure a capire di che cosa si va sproloquiando, e per qual motivo a pochi mesi da una riforma ne debba subito partire un’altra, sempre magnificata dalle cricche egemoni come una palingenesi salvifica (ma che poi, a cose fatte, si rivela l’ennesimo bidone). Il continuo vaniloquio e la stolida vessazione burocratica sembrano funzionali a un unico scopo: distogliere l’attenzione dai problemi veri. Che sono tremendi: citerò soltanto, per la mia facoltà, lo smantellamento di settori disciplinari fondamentali, dove ai professori di fama internazionale che lasciano la cattedra subentrano - in nome dell’austerità finanziaria, inevitabile conseguenza dei tanti sprechi - pivellini il cui valore scientifico è ancora tutto da dimostrare; o i corsi di laurea magistrale affidati a ricercatori di livello men che mediocre (e qui davvero dovrebbe intervenire il Garante: chi prosegue gli studi e paga le tasse per ottenere un titolo qualificato avrebbe tutto il diritto di seguire lezioni tenute da docenti di riconosciuta ‘piena maturità scientifica’).

Esaurite le snervanti discussioni sulle classi, sulla ‘messa in qualità’, sugli incardinamenti e simili scempiaggini, si sentiva il bisogno di altre chiacchiere per far perdere tempo prezioso a quei pochi che ancora credono nello studio e nella ricerca anziché nei maneggi di corridoio. Così la compagnia di giro dell’avanspettacolo accademico si è subito inventata un nuovo copione: il Codice etico, per l’appunto. Firenze arriva a rimorchio di altri e più solerti atenei, tra cui spicca quello di Bari; che, da tempo assurto ai disonori delle cronache come la Parentopoli per antonomasia, grazie a quel documento si è rifatto una verginità, col Senato Accademico (approvante per acclamazione) nel ruolo di Celestina restauratrice del perduto onore. Il rettore, che le cronache descrivono commosso e raggiante, ha subito rilasciato dichiarazioni trionfalistiche sul Codice miracoloso: «È stato un momento altissimo per l’intera comunità accademica barese (…) l’università intera si è riconosciuta attorno ai suoi valori fondanti e ha deciso di difenderli fino in fondo». Non solo: «Bari adesso si pone come capofila nazionale per la lotta ai mali dell’università». Addirittura. E le famiglie (allargate) in carriera? E gli esecrati baroni nepotisti? Destituiti, espulsi, ghigliottinati? Macché, figurarsi. Tutti lì, potenti come prima e più di prima. Però convertiti e redenti dal Codice etico: da sozzi rospi dell’intrallazzo concorsuale trasformati all’istante in cavalieri senza macchia dell’Università dei Buoni Propositi.

          La bozza partorita dalle teste più lucide della consorteria fiorentina esordisce compunta, nel suo sciatto e un po’ contorto burocratese, recitando una serqua di banalità. Eccone una piccola antologia (dall’art. 1): il Codice vuole impegnare i membri della comunità universitaria a «diffondere i valori fondamentali della cultura della legalità, della solidarietà e del rifiuto di ogni discriminazione»; a «rafforzare l’effettività [?] dei principi di correttezza, imparzialità, tutela della libertà e dignità delle persone» ecc.; a «sviluppare e incentivare la leale collaborazione, lo spirito di servizio e il senso di appartenenza alla comunità». Encomiabile. Ma prima di questa Magna Charta dell’Ovvio i valori riconosciuti come fondamentali erano forse l’illegalità, l’egoismo, la rivalità astiosa all’insegna del motto homo homini lupus? Può darsi benissimo, anzi è quasi sicuro; è però altrettanto certo che le peggiori efferatezze si sono sempre perpetrate sotto l’egida dei buoni principi.

            All’art. 4 (Trasparenza e imparzialità), comma b, il Codice fiorentino invita ad astenersi dal compiere atti che possano coinvolgere interessi propri, del coniuge, di conviventi, di parenti ecc.; e al comma c si ribadisce il divieto di «ogni comportamento che possa configurarsi, direttamente o indirettamente, come una forma di favoritismo o di nepotismo». Ottime norme, non c’è che dire. Peccato che in cattedra e negli uffici siedano legioni di figli, mogli, conviventi e famuli che certo nessuno licenzierà: qualche malignazzo potrebbe osservare che non ci vuol molto a fare i virtuosi una volta sistemato l’intero parentado, nonché il fido discepolato al completo. Peccato anche che a promuovere tale direttiva, con altri giudiziosi precetti e pii fioretti diligentemente elencati nel nostro catechismo accademico, sia quello stesso rettore Marinelli che campeggia da anni sulle pagine dei giornali per la vicenda del posto di ricercatore di Economia agraria bandito dalla facoltà di Medicina e vinto - sorpresa! chi l’avrebbe mai previsto? - dall’unico concorrente, guarda caso Marinelli junior. Beninteso, il Codice non può avere applicazioni retroattive.

            Ma qui tocchiamo un punto cruciale, che riguarda l’accertamento di eventuali violazioni e le sanzioni per chi ne fosse riconosciuto responsabile. La questione è molto delicata, perché, come al solito, una dissennata interpretazione dell’autonomia universitaria ha trasformato i nostri atenei in una specie di Far West, dove ogni ranch ha la sua legge. Il Ministero dovrebbe finalmente rendersi conto che quest’autonomia irresponsabile, già causa d’immani devastazioni finanziarie e culturali, rischia di compromettere anche i più elementari diritti della persona. Quando si legge, per esempio, che i membri della comunità universitaria sono tenuti ad «astenersi da comportamenti che possano risultare lesivi della dignità della struttura universitaria e delle sue funzioni» (art. 3, comma g della bozza fiorentina), non possiamo nascondere una certa inquietudine: chi stabilirà il labile confine tra il sacrosanto diritto di critica e la violazione del Codice? E quali saranno le ‘pene’? Non ci vuol molto a prevedere che eventuali provvedimenti punitivi innescherebbero aspri contenziosi. Ma c’è di peggio. A Firenze (come si legge all’art. 7 del Codice) il compito di vigilare sulle infrazioni spetterà al Garante dei diritti, che è una personalità esterna all’ambito universitario, di comprovata integrità, autorevolezza e competenza giuridica: un profilo che parrebbe assicurare una valutazione super partes. A Bari, invece (tanto per fare un esempio), l’Autorità Garante è tutta interna all’ateneo, essendo composta da «un professore ordinario con anzianità in tale ruolo di almeno dieci anni, scelto dal Senato Accademico con la maggioranza di tre quarti fra una rosa di tre nomi proposta dal Rettore tra docenti di documentato spessore scientifico che, durante il servizio accademico, abbiano testimoniato indiscussa autorevolezza morale e riconosciuta indipendenza di giudizio» e da «due Presidi di Facoltà sorteggiati prima dell’inizio di ciascun anno accademico». Insomma: qui un Garante ‘monocratico’; là un complicato marchingegno di nomine, elezioni, sorteggi; altrove chissà. Si procede in ordine sparso, per non dire a vanvera. Ma attenzione: ci stiamo avviando su una china pericolosa. L’intreccio perverso di autonomia e di potentati accademici potrebbe avere effetti dirompenti, trasformando le fumose regole fai-da-te dei Codici etici autogestiti dalle singole università in subdoli strumenti per colpire il dissenso o proprio quei più deboli - non infeudati a partiti o cosche accademiche - che a parole si vorrebbero tutelare. Come dice il proverbio? Di buone intenzioni (ma ancor più d’intenzioni buoniste) è lastricato l’inferno.

 

Nel frattempo, sul “Corriere fiorentino” del 1° luglio, il prorettore vicario Alfredo Corpaci, che si dice studi da rettore, replica (con toni austeri e prosa terrificante: “non pare possa sottacersi l’importanza in sé della adozione di questo strumento, espressiva della rilevanza attribuita a certi valori e principi…”; se gli andasse male la scalata al supremo soglio di San Marco è pronto per il SUM) alle fondate critiche di Paolo Caretti e ai preoccupati rilievi di Giorgio Federici sostenendo che:

1) gli articoli dedicati alla piaga del nepotismo non sono vacue ciance, come a molti era parso, ma disposizioni forti e chiare;

2) il Codice non comporta alcuna limitazione della libertà dei docenti;

3) la funzione propria del Codice “non è quella di sanzionare e reprimere, bensì di sollecitare e promuovere comportamenti virtuosi”.

 

Appunto: con tre paginette di buoni consigli non solo l’università fiorentina diventerà un Eden, ma tutti gli altri atenei ci chiederanno la miracolosa ricetta per trasformare covi d’intrallazzi mafiosi in conventi di clarisse, maneggioni usi a calpestare la legalità in severi tutori della legge, disinvolte signore assurte alla cattedra per irriferibili competenze extraaccademiche in crocerossine, inferni del mobbing in pie confraternite. Pare che l’aspirante rettore abbia già scelto lo slogan per la prossima campagna elettorale:

 

                               Col mio codice etico, non ne dubito,

                               vi farò tutti santi, santi subito!