Riceviamo da Enrico Livrea, grecista d’indiscusso prestigio internazionale, questo cahier de doléances in cui chi, per sua sventura, vive e lavora nella Facoltà di Lettere di Firenze riconoscerà certamente le proprie amarezze, il proprio senso di sconforto e d’impotenza, la sensazione costante di un’implacabile congiura della cricca dei peggiori per intralciare in ogni modo (con la vessazione burocratica asfissiante, col progressivo sfacelo delle strutture) il lavoro di chi ancora crede nella ricerca scientifica e nella didattica di qualità, allo scopo mai dichiarato - eppure chiarissimo - di eliminare ogni meritocrazia, ogni distinzione qualitativa: se in questa buia notte dello spirito tutte le vacche sono bigie, solo la capacità di ordire trame e di affiliarsi a cosche potenti alla fine farà la differenza. Non i veri, onesti studiosi, ma i più torbidi maneggioni si accaparreranno, senza concorrenza, fondi e cariche. Livrea mette sotto accusa una destra fascistoide e corrotta. Ora, tale parte politica avrà mille responsabilità, ma sembra difficile attribuirle il degrado vergognoso della facoltà più rossa della rossissima Toscana. Che poi, spesso, il rosso non sia altro che una sommaria riverniciatura di un’anima nera congenitamente illiberale, come afferma il collega, è tesi antica (la sostenne a suo tempo, dalla sua cattedra fiorentina, l’acuto filosofo Giulio Preti, non a caso vittima di ostracismo, diffamazione e violenze psicologiche) che non giustifica affatto - semmai aggrava - le responsabilità della sinistra nella deriva demagogica, lassista, finto-egualitaria della scuola e dell’università. Chi ha cavalcato il sessantotto col peggior ciarpame pseudorivoluzionario delle ‘fantasie’ (da spinello) al potere? Chi ha sponsorizzato a oltranza il nefasto donmilanismo d’accatto e la sua più ottusa retorica pauperista? Chi ha inculcato nelle masse e negli insegnanti l’orrore per la competizione e per la selezione, col bel risultato che la selezione non la fa più la scuola ma il censo familiare o il partito? Difatti non hanno avuto bisogno di laurearsi per far carriera - a sinistra - né Walter Veltroni né Massimo D’Alema né Francesco Rutelli, tutti nati nelle famiglie ‘giuste’. Quanto alla cosiddetta destra (una pura astrazione in cui s’incasellano a forza realtà diversissime tra loro come scampoli ex-dc, leghisti, missini nostalgici, missini convertiti, ex socialisti anticomunisti, ex liberali, berluscones e affini), nel mondo della cultura non ha mai avuto voce e poco ha fatto per conquistarsi un qualche spazio in territorio ostile, preferendo - con calcolo comprensibile ma miope - investire nella difesa degli interessi del ‘popolo della partita Iva’. Ma sembra ormai arcaica e inutile questa demonizzazione (con parallela invocazione di una sinistra salvifica, mitologica, che è sempre ‘altra’: altra da quella - deludente e inconcludente - che oggi (s)governa; altra da quella che fin dal dopoguerra ha spadroneggiato nella nostra facoltà coi caporioni del PCI, e così via). È sui programmi, sulle proposte concrete, sulla capacità di uscire dalla palude che ormai si dovrà misurare il consenso; e non si potrà certo svecchiare questo sclerotico paese restando incollati a certe categorie obsolete. Intanto, una lezione viene dalla Francia, dove non pochi intellettuali di cultura socialista hanno accettato - e non per opportunismo - di collaborare con Sarkozy. Magari sbaglieranno, ma intanto è una svolta, un segnale di cambiamento, di rifiuto delle gabbie ideologiche in nome di una visione più duttile e pragmatica della politica. A proposito: neppure nell’esagono l’università è il migliore dei mondi possibili; anche lì molte facoltà umanistiche sono diventate inutili parcheggi di giovani inetti o sfaticati, come ben si vede dalla nostra ‘clientela’ Erasmus, spesso costituita da studenti d’ignoranza abissale. Vedremo se oltralpe si saprà trovare un efficace antidoto al degrado o se invece, anche lì come da noi (e forse in tutta l’Europa pervasa da una specie di cupio dissolvi), semplicemente si prenderà atto dell’agonia irreversibile della cultura occidentale, aspettando, anziché l’introvabile Godot, un qualche Mohammed che stacchi la spina.

   

DISFATTA

 

Lettera aperta al Ministro Mussi

   

Eracle dovette deviare il corso dei fiumi Alfeo e Peneo per ripulire in un sol giorno le stalle del figlio di Helios, Augia, le quali comunque rischiano quasi di apparire un aromatico salotto se paragonate all’università italiana, ove accumulo pluridecennale di letame baronale e di miasmi corporativi pseudosindacali, impenetrabili sedimentazioni di malgoverno burocratico, stratificazioni pietrificate di corruzione, familismo mafioso, provincialismi e mediocrità d’ogni risma promettono di resistere a ogni intervento catartico del volenteroso ministro Mussi e della sua squadra di riformatori, certo ben consapevole che la resistenza inerziale più pericolosa sarà proprio quella di un pantano maleodorante che tutto risucchia inesorabilmente verso un abisso senza fondo. Il sintomo più grave dello stato di coma irreversibile in cui giace la Grande Malata sembra evidenziarsi proprio nell’esclusivo concentrarsi dell’inconcludente chiacchiericcio nazionale (disinformate gazzette, queruli grilli parlanti di regime, petulante pubblicistica di baroni mascherati da demi-vierges e di demi-vierges assetate di baronaggio, esercitazioni bizantinistiche di gattopardi ordinari, associati e ricercatori) sul falso problema del reclutamento dei docenti, quasi che la sua soluzione sia in grado, una volta ascoltati i disinteressati consigli delle vecchie volpi messe a guardia del pollaio, di elargirci miracolosamente un’università decente degna di un paese normale dell’Europa Occidentale, per di più governato finalmente da un centrosinistra che finora non ha davvero saputo esprimere il primo buon governo che l’Italia abbia esperito dai tempi dell’imperatore Traiano (98-117 d.C.). Nessuno invece sembra rendersi esattamente conto che si tratta di aggredire a viso aperto e a mani nude ben tre realtà allucinanti.

1) Fra tutti i settori arretrati e degradati del tessuto nazionale, proprio l’università è quella che più ci trascina alla deriva, il più lontano possibile dall’ Europa civile, da cui ci appare abissalmente remota sul piano scientifico, didattico e amministrativo.

 2) Ben lungi dall’esser confinata a pochi e patetici ectoplasmi, la cultura di destra dispone di una sua inespugnabile roccaforte reale nelle pratiche degenerative e corrotte della classe accademica nostrana, il cui immarcescibile regime si configura come una vera e propria dittatura reazionaria, aggressiva e pervasiva, i cui poteri forti e intoccabili sono capaci solo di produrre miseria materiale e morale.

 3) Qualunque sistema di riforma, destinato a camminare con le gambe paralizzate di docenti, studenti e amministratori beatamente sprofondati nel brago di regime, è destinato a fallire se non è preceduto e accompagnato da una forte rivoluzione delle coscienze, che filosofie remote avrebbero definito col termine assai impegnativo di metanoia, ovverosia conversione, mirabilmente definita da uno studioso della levatura di A. D. Nock “il nuovo orientamento dello spirito di un individuo, il suo volgersi deliberato dall’indifferenza o da una precedente forma di culto ad una diversa, un volgersi che implica la coscienza di un grande cambiamento in atto, la consapevolezza che il vecchio era errato mentre il nuovo è giusto”. Che l’impropria valenza confessionale assunta da questo cruciale concetto storico-religioso sia tutto sommato non inadatta ad un’università che suonerebbe ormai quasi eufemistico definire la negazione di Dio eretta ad università, vorrebbe qui dimostrare una rapida riflessione su ciascuno dei tre punti suddetti: anche se siamo purtroppo consapevoli che il professore universitario medio, nell’Italia attuale, rassomiglia non poco a quella corrottissima dama dell’aristocrazia napoleonica che, all’esortazione di un vescovo a convertirsi, rispose: “Monseigneur, j’ ai trop peu de religion pour en changer”.

 Basta ritornare da un ciclo di seminari presso qualsiasi università dell’Europa e dell’America progredite (penso, per intense esperienze personali, alla Germania humboldtiana, alla Francia ancora cartesiana ed illuministica, alla pragmatica ed umanissima Britannia), per provare sul suolo del Belpaese uno sconforto direttamente proporzionale alla lunghezza e all’intensità del soggiorno oltralpe. Lassù la forma più alta di onore per il dotto ospite straniero consiste nel renderlo subito partecipe di quell’alta cultura che con l’Università si identifica: come istituzione deputata alla produzione ed alla trasmissione del sapere umanistico e scientifico, essa in genere dispone di una serie di strutture e di servizi che non intendono soltanto stimolare docenti e studenti ad esprimere il meglio della propria personalità intellettuale ed etica, ma altresì palesare con chiaro simbolismo la venerazione per la cultura, il rispetto per i suoi operatori, la gratitudine per il passato come sicuro pegno per l’avvenire dell’istituzione. L’austerità di splendidi colleges immersi nel silenzio claustrale di antiche architetture o nell’ordinato fervore di moderni campus, colmi di opere d’arte conviventi mirabilmente con le bellezze della natura e con le più raffinate risorse di un’ospitalità efficiente ed umana; la ricchezza armoniosa di biblioteche concepite non come anonimo deposito, ma come corpo vivo della scienza al servizio dello studioso; la signorile modestia di aule dove si incontrano, con cadenze sicure e mirabilmente pianificate, i due eterni poli del processo pedagogico; la trama intensa ed avvolgente dei rapporti umani, in una prospettiva socioculturale che ti consente di considerare il discente come tuo eguale meno esperto e il collega come un prezioso collaboratore... e si potrebbe continuare.

Che cosa mi attende invece ad ogni mio traumatico rientro nella non più prestigiosa, ma ahimé decadente e disfatta università fiorentina, nella cui disastrata Facoltà di Lettere subisco la sventura di esser professore ordinario da più di cinque lustri, senza per questo sentirmi minimamente autoctono nec natione nec moribus? Un orrido sgabuzzino ammuffito dove devo professare la mia disciplina, che è la Letteratura Greca (ma per lunghissimi anni è stata qualche sua fantasiosa particola amorevolmente escogitata per me da una banda di spocchiosi furfanti), di fronte a un pubblico che, se senza prostituirsi si vuole di qualche consistenza superiore a un esiguo manipolo di eroici, commoventi e meritevolissimi ipermotivati, risulta sempre più imbarbarito e sordomuto, a caccia perenne non di conoscenze ma di punteggi creditizi, carpiti a forza di esamucci svalutati e di tesine fasulle, per lo più discusse dopo 3+2+3 anni di parcheggio obbligato in un tritacarne caotico e oppressivo, in caduta libera – con il suo tsunami di deregulations selvagge – verso la follia autodistruttiva. E il resto? Nessuno spazio di studio ove chiudersi per ritemprarsi con la ricerca o vivificarsi con conversazioni scientifiche fra discepoli ed amici, ma laidi corridoi battuti disperatamente da masse vocianti di intrusi semianalfabeti e, come unico rifugio di privacy, i dieci centimetri quadrati della cassetta postale sempre ingorgata; biblioteche che dovrebbero servire solo alla ricerca deturpate da un bivacco di folle profane, e malgovernate da ottusi e ringhiosi burocrati; ininterrotti bombardamenti di consigli – di facoltà, di corso di laurea, di dipartimento, di dottorato, di commissione per ogni quisquilia – per ‘dibbbattere’ sul nulla, nell’amara certezza che ogni decisione è stata presa preliminarmente dai poteri occulti dell’occhiuta oligarchia che sgoverna con l’appoggio maggioritario dei peggiori e la cinica indifferenza degli altri. E che dire dei rapporti umani? Non solo inesistenti, ma degradati ormai all’aggressività feroce delle cavie che i fisiologi allevano in gabbie striminzite perché si eliminino a vicenda: nessuna soluzione per i problemi edilizi è a Firenze il presupposto per lo sfacelo nel quale prosperano i poteri occulti. Non mi sono accorto, quando in un libro non recentissimo sono stato costretto in un sussulto di autodifesa a stigmatizzare certi aspetti deterrimi del ‘fiorentinismo’ più becero – con le sue intolleranze faziose, la risibile smania egemonica, la stucchevole idolatria dei venerabili maestri, il vacuo moralismo piagnone nemico di ogni vera moralità, la vuota ed improduttiva litigiosità, l’ossequio cialtronesco all’ordine plumbeo costruito dai poteri occulti, il razzismo burbanzoso intinto di meschino provincialismo – che stavo in realtà fornendo il ritratto dell’accademia italiana attuale, giacché Firenze non è sotto questo aspetto che l’Italia dell’Italia, ahimé nel senso opposto a quello con cui Tucidide proclamava che Atene è l’Ellade dell’Ellade. Né alla malcapitata vittima sacrificale della matta bestialità è consentito di salvarsi trasmigrando presso altro meno asfissiante ateneo: la Grande Malata ha ormai deciso di render impossibili quelle ‘chiamate’ che da sempre costituiscono l’ essenza dell’istituzione universitaria, vuoi per l’incredibile, farsesca mummificazione nei ruoli fino al settantacinquesimo anno dei responsabili primari dello sfascio, vuoi per quella chiusura corporativa e feudale, ipocritamente ribattezzata autonomia amministrativa, che ormai si limita a coltivare striminziti sterili orticelli di interessi locali, rintuzzando spietatamente ogni pericoloso apporto dall’ esterno, sentito come un minaccioso rischio per la stabilità di regime.

Sembra perfino grottesco nobilitare cotanto sfacelo (solo in questo campo Firenze batte tutti) sottoponendolo a riflessioni di tipo diagnostico, sì da fissare le coordinate storiche, filosofiche, economiche, politiche, sociali, antropologiche della rovinosa disfatta: l’opera è del resto stata compiuta ad abundantiam  da tutta una serie spesso assai valida di pubblicistica denunciativa e propositiva, nella quale continua a spiccare per onestà intellettuale e rigore etico lo storico pamphlet di Raffaele Simone, L’Università dei tre tradimenti, del quale bisognerebbe imporre la ripetuta copiatura a tutti gli operatori accademici, proprio come i monaci medievali che trascrivevano i manoscritti anche per mortificare la carne. Occorre semmai compiere un passo in avanti e chiedersi quale tipo di ‘cultura’ storico-antropologica si rifletta in questo mondo degradato e degradante, ove però pur sempre, tra enormi sacrifici, continua ad operare un nucleo di studiosi attratti non dal corposo miraggio del potere, ma dall’ansia di creare il sapere attraverso la ricerca e dal bisogno di trasmetterlo nella prassi didattica. La risposta suona ahimé univocamente sicura: questa è la cultura reale della destra, di quella destra che non solo è maggioranza numerica nel paese (l’unico al mondo ad alimentare un autoritarismo fascistoide tricipite, quello vetero-nostalgico, quello aziendale-mediatico, quello razzista e localseparatista), ma che risiede dentro il cervello del paese -la sua università - condannandolo a una decomposizione più precipite ed irrimediabile di quella ingenerata da ingestione recidiva di muccapazza (altro che ‘vacca da mungere’ della similitudine troppo buonista di Simone!). Qui ovviamente non contano le speciose verniciature (spesso, ahinoi, rosso-antico, e ancor più spesso del colore indefinito ed inquietante di poteri occulti e trasversali arcinoti) con cui si tenta di imbellettare la corposa laidezza di questa cultura di destra, fatta di totale assenza di ogni autentico spirito democratico ucciso da un verticismo arrogante e brutale; di volgarissimi interessi di potere economico e culturale spacciato come identico tout court con la cultura; di repressione di ogni forma di dissenso con infinita strumentazione intimidatoria ritorsiva, fino all’eliminazione psicofisica dell’avversario del regime; di sadismo burocratico che promuove ed esalta i peggiori deprimendo e umiliando ogni forza viva e produttiva; di immoralità e corruzione familistico-clientelare corrodenti ormai anche le più riposte fibre istituzionali; di assoluto disprezzo – fatte salve talune vacue ed ipocrite strumentalizzazioni – tanto del soggetto del processo pedagogico, il discente, quanto del valore, in termini quantitativi e qualitativi, della cultura prodotta attraverso pubblicazioni e insegnamento; di uno squallido conformismo reazionario, ripiegato su una dimensione feudalmente arretrata, in cui le istituzioni sono solo territorio da occupare manu militari, da spremere in tutte le sue risorse, da spartire con vassalli conniventi e idolatranti (il mio Dipartimento di Scienze dell’ Antichità è un esempio credo unico al mondo di questa perversione). Anche se ognuno di questi punti merita di esser svolto in un capitolo intero, qui dobbiamo limitarci a rilevare che l’Italia ha esattamente l’università che si merita, l’accademia stracciona di un paese dove due (stavo per dire cittadini, ma preferisco sudditi) su tre non hanno mai letto un libro, dove oltre il 70% è analfabeta di ritorno, e dove ciondola fra fantasmi di demenziale edonismo consumistico la peggiore gioventù d’Europa per vuotaggine e ignoranza, coccolata dallo stolido e piagnucoloso vittimismo di genitori e falsi maestri.

Non sussulti, caro ministro Mussi, se qualcuno Le dichiara che in Italia di università si può morire e si muore: ogni docente dotato di senso etico e di deontologia professionale, stritolato come un misero punto di intersezione fra l’ascissa minacciosa della facoltà sfasciata (vedi Lettere a Firenze) e l’ordinata di regime del gruppo concorsuale, se detesta una cinica atarassia e se non anela a una soluzione finale di tipo stoico-senecano, finirà prima o poi per ammalarsi gravemente non solo nello spirito, ma anche nel corpo, fra la pelosa indifferenza ed anzi la Schadenfreude dei colleghi, ormai beatamente trasmutanti verso una stirpe di mostri. A meno che non si cerchi uno scampo nel più tradizionalmente disperato dei rimedi, la fuga in esilio all’estero, che non pochi di noi non si stancano di raccomandare malinconicamente agli sconcertati allievi migliori, anzi sarebbero ansiosi di attuare in proprio come extrema ratio.

Eppure, il ministro Mussi sa perfettamente, come ogni politico di retto sentire e di limpida coscienza, che invece di dibattere all’infinito sui massimi sistemi o sul carattere uno e trino della docenza (quasi si trattasse delle gerarchie angeliche dello pseudo-Dionigi l’Areopagita), basterebbe applicare con drastico rigore e in tempi strettissimi una terapia d’urto fatta di misure assai semplici e perfino banali, per ottenere sia l’incinerazione dei resti maleodoranti della Grande Malata (che si può riformare con lo stesso esito che sortirebbe putacaso il tentativo di riformare la mistica fascista o l’economia stalinista), sia la rinascita dalle ceneri, non già dell’ Araba Fenice, ma di una creatura accademica del tutto nuova, prodigiosamente simile alle sue più fortunate consorelle d’oltralpe. Ridotta all’ osso, questa “rivoluzione per un’università normale” potrebbe perfino concentrarsi nell’abusata precettistica del decalogo.

 

1) Istituire severi esami di ammissione a ogni facoltà, per ottenere non solo una motivata selezione dell’utenza, ma anche l’immediata rianimazione delle comatose scuole superiori, le quali di fronte a uno sbarramento invalicabile per i loro falsi ‘maturi’ dovrebbero precipitosamente ristrutturarsi in programmi, metodologie, finalità, docenze e decenze.

2) Immersione totale dello studente selezionato nel processo di produzione e trasmissione della cultura superiore, attraverso forme obbligatorie di tutorato e di raccordo col mondo della scienza e della produzione, ma soprattutto attraverso un innalzamento del livello didattico che scoraggi fin dall’inizio ogni cialtroneria.

3) Immediato pensionamento dei docenti a 65 anni, come in tutto il mondo civile; essi potranno continuare ad usufruire delle strutture accademiche unicamente a scopo di studio (vedi Germania), ove il loro apporto, se esisterà, sarà il benvenuto.

4) Messa ad esaurimento di tutti gli attuali ruoli docenti, in attesa di applicare sulla scia di modelli europei un redditometro efficace (impact factor, collaborazioni internazionali, capacità didattiche ed organizzative, qualità delle tesi discusse etc.) che sfoltisca drasticamente le superaffollate legioni di peones abborracciate in decenni di perverso clientelismo feudale.

5) Immediato ricambio, a furor di popolo e con cadenze non rinnovabili, di tutti gli organismi direttivi (rettori, presidi, presidenti di corsi di laurea, direttori di dipartimento) se palesemente inetti e/o corrotti, da sostituire ipso facto con personalità che sappiano non già di burocrazia (ci arriva qualsiasi imbecille), bensì di ricerca scientifica e di didattica.

6) Rimozione di tutti gli ostacoli burocratico-finanziari che hanno di fatto annullato, nel nome di una fittizia autonomia (leggi: carta bianca alle mafie locali), il diritto-dovere di chiamata, che è lo spirito vitale dell’università alla ricerca del meglio, fin dalle sue origini tardoantiche e medievali.

7) Drastico sfoltimento dei corsi di laurea e delle discipline, da ridurre a pochissime unità, inferiori nel numero agli attuali gruppi disciplinari, e all’interno delle quali il docente dovrà dimostrare ampio spettro di flessibilità didattica agganciata ai suoi interessi di ricerca.

8) Trasformazione dei pletorici e inutilissimi organi collegiali assembleari, delizia dei mediocri, dei demagoghi e degli imbroglioni, in piccoli ed efficienti parlamenti elettivi, come ad es. in Francia; chiusura d’imperio di tutti i comitati d’affari più o meno mascherati, come le famigerate ‘consulte’.

9) Immediato smantellamento dei numerosi atenei clientelari di provincia, e dirottamento delle enormi risorse così risparmiate sulle università di antica e collaudata tradizione, obbligandole a rispettare una linea virtuosa, cioè determinati standards internazionalmente riconosciuti di strumentazione scientifica e bibliografica, nonché di spazi e strutture per la ricerca e la didattica.

10) Lotta senza quartiere al burocratismo e al provincialismo negli uffici e soprattutto nelle teste, e guerra spietata al clientelismo mafioso, non senza ricorrere all’aiuto della magistratura per i tantissimi casi conclamati di malauniversità, e al tempestivo apporto del parlamento per tradurre in legge quei provvedimenti che non potrebbero rientrare fra le misure amministrative (però il marasma di queste due istituzioni induce alla sfiducia più totale).

            Ma siffatta terapia d’urto per riemergere dallo stagno dell’immobilismo reazionario imposto dal baronato (il modo di essere di quella che abbiamo definito ‘cultura di destra’ di un paese arretrato) potrà riuscire solo maturando nelle coscienze dei singoli, in un sussulto di rinnovamento etico che non bisogna esitare a definire ‘conversione’. E poiché la spirito soffia dove vuole, e la decadenza non si blocca per decreto, sarà pur lecito domandarsi se spira in giro per le nostre università questa tensione morale, questo bisogno quasi palingenetico di una cultura diversa, più aperta, progressiva, libera, europea, che oggigiorno sembra rifugiarsi nelle catacombe elitarie di un’esigua e perseguitata opposizione al regime imperante. La risposta non potrà che suonar negativa. Conosco del resto a menadito, sulla mia povera pelle, il trattamento riservato a Firenze (più che altrove) a chi non ci sta: finti sdegni, sussurri e grida, mutrie rancorose e cafone, poco celati maneggi, via via fino ad assai corpose riunioni di incappucciati di regime, che decidono come diffamare, isolare, opprimere ed asfissiare ancora di più, sempre di più il reprobo ‘moralista’, quanto meno ignorandolo, considerandolo quantité négligeable.

Non si è nemmeno sfiorato, come si vede, lo pseudoproblema del ‘reclutamento dei docenti’ che una lettura riduttiva, baronale e reazionaria della catastrofe è riuscita a imporre alla frastornata e distratta opinione pubblica come la sola questione meritevole d’interventi legislativi. Che qualche più o meno illustre maitre à penser (ne abbiamo uno più invasivo di una metastasi) possa onestamente credere che la quadratura del cerchio si risolva affidando nuove investiture concorsuali alle attuali facoltà, che sono il centro motore del più bieco malaffare accademico, può significare soltanto che costui non ha mai respirato la torbida e rissosa atmosfera dei consigli-malebolge, a cui giustamente preferisce ludiche digitazioni al computer: non preferiva del resto Eraclito giocare con i bambini nel tempio di Artemide ad Efeso piuttosto che partecipare all’immonda gestione della polis? In un’università rinnovata, qualunque sistema concorsuale (perfino l’orroroso pasticcio localistico-clientelare vigente), funzionerà bene, purché attuato da giudici dotti, probi e coscienziosi; nell’università attuale invece qualunque ‘nuovo’ sistema concorsuale sarà svuotato nel giro di poche ore di ogni energia innovativa e catartica dal riaggregarsi di torbidi interessi corporativi. E se qualcuno malgrado tutto volesse insistere per un inutile suggerimento propositivo, gli si offriranno tre alternative provocazioni. Si affidi l’investitura dei baroni nostrani alla Regina di Gran Bretagna, considerato che, ogni volta che Her Majesty nomina un Regius Professor, dimostra di saper scegliere (guarda caso!) chi è, nel contempo, il miglior studioso nel suo paese e spesso il più prestigioso del mondo intero. Oppure, com’era prassi in certi periodi dell’Impero Bizantino, si vendano le cattedre universitarie al miglior offerente, il che è almeno un modo brutalmente diretto di riconoscere che la forza del potere economico-politico-culturale logora chi non ce l’ha. O ancora, si accolga la suggestione dell’immortale Satiricon  di Petronio Arbitro e si tratti l’università italiana come la fastosa e pacchiana tomba di Trimalchione: la si faccia vigilare (chiusa) da un liberto, ne populus cacatum currat.

Enrico Livrea       md5761@mclink.it

Professore Ordinario di Letteratura Greca nell’Università di Firenze

già Alexander von Humboldt-Gastprofessor an den Universitäten Köln und Bonn

Fellow of the Center for Hellenic Studies, Washington DC ;

Professeur de Langue et Littérature Grecques à l’Université de Caen