La foglia di fico

 

 

 

 

Riceviamo e volentieri pubblichiamo:

 Cara Collega,

da tempo leggo con attenzione il tuo sito, e ho sempre apprezzato le puntuali osservazioni del tuo bravissimo collaboratore Ireneo Galizia. Ora mi viene da pensare che sia anche “di spirito profetico dotato”: nel pezzo “Le regole nel pallone” scriveva infatti, a proposito dei bandi dei dottorati del SUM, che “l’università di Firenze non avrà più alcun ruolo nel concorso e nella selezione dei dottorandi”.

 Si sbagliava solo nel tempo del verbo, che poneva al futuro. In realtà l’università di Firenze non HA più alcun ruolo. Nonostante la firma del nostro Rettore, nella martellante campagna pubblicitaria che è appena iniziata non c’è menzione alcuna della compartecipazione dell’ateneo fiorentino. La prova è nel paginone, interamente dedicato ai dottorati del SUM, uscito sul “Corriere della Sera” del 30 giugno 2007. Non si fa cenno alla collaborazione con l’ateneo fiorentino, ma tutto sembra emanare dall’onnipotente nuovo Istituto.

Quanto alla strategia dei baroni appollaiati sull’altana Palazzo Strozzi, ormai è chiarissima: coprire procedure disinvolte, arbitrî, ridicola autoreferenzialità e qualità spesso tutt’altro che eccelsa reclutando, oltre che se stessi e i loro amici, qualche mostriciattolo sacro - o ritenuto tale in quest’epoca di deprimente superficialità e di mistificazione mediatica - per usarlo come foglia di fico e nascondere così la reale natura del SUM, covo di privilegi e zona franca (una specie d’isola Cayman universitaria) dove non vigono le regole che vincolano gli altri atenei, bensì un liberismo selvaggio; dove freneticamente ci si agita, più che per produrre ricerca innovativa, per dare di sé un’immagine sberluccicante, per ‘esserci’ (o ‘sembrarci’) sulla stampa che conta e sotto i riflettori. Del resto, non è questa oggi la ricetta del successo, anche nel campo della cultura? Peccato che il grande umanista Erasmo da Rotterdam non possa tornare su questa terra per aggiungere un capitoletto pungente al suo Elogio della follia.

Dunque i nostri furbacchioni, che nello sfacelo generale si sono predisposti una comoda scialuppa di salvataggio, hanno subito arruolato nella variopinta pattuglia dell’isola dei famosi la soubrette più carica di lustrini, paillettes e piume di marabù, il nome più sfolgorante per notorietà internazionale: in una parola, il ‘fenomeno’ per definizione. La carta d’identità è superflua: tu, cara amica, sai bene di chi sto parlando.

Ma hai visto che cosa dice del ‘fenomeno’ un critico intelligente, asprigno e fuori dagli schemi accademici come Alfonso Belardinelli? Sempre immersa nelle tue anticaglie come sei, può darsi ti sia sfuggito. E allora, goditi questo biglietto all’antrace:

È lui il nuovo esempio, il tipo esemplare dell’intellettuale italiota divenuto cosmopolita, il furbo di paese che se ne è andato in città e ha venduto agli americani e ai turisti di tutto il mondo la Torre di Pisa e il Colosseo (…); è il massimo promotore mondiale di questo superamento della distinzione fra buono e scadente, fra marmo e polistirolo. L’Italian Style, come stile che permette di vendere cose scadenti come se fossero buone, deve a lui quasi tutto (…); è riuscito ad apparire sofisticato e di alta qualità anche a critici che fino ad allora erano parsi capaci di discernimento e di finezze” (da “Il critico come intruso”, a cura di E. Zinato, Firenze 2007, pp. 27-28).

Troppo feroce e atrabiliare? Forse. Però ci fa riflettere sull’antica saggezza del detto nomen omen. Un nome (o meglio un cognome, di quelli da trovatello), un destino: E Caelo Oblatus, donato dalla divina provvidenza all’Istituzione che sarebbe sorta a immagine e SUMiglianza del predestinato.

                                                                   Cordialmente,

                                                                     Tuo aff.mo

                                                     Ezzelino da Montepulico