Esercizi di filologia

 

 Egregia prof. Lazzerini,

alcuni giorni fa mi è capitato di leggere su Ateneofuturo un articolo a firma dei proff. Antonio Brancasi e Carlo Marzuoli (Ateneo fiorentino: il bisogno di discontinuità) che, a detta della redazione di Ateneofuturo, presentava “il testo integrale” di un articolo apparso sul “Corriere fiorentino” del 21 marzo 2008. Che vuol dire? - mi sono domandata. - Forse il testo pubblicato dal Corriere non era integrale? - Mi si è allora risvegliata la vecchia passione per la filologia, la curiositas di verificare le differenze tra le due versioni, e, lasciando da parte le preoccupazioni quotidiane, ho intrapreso la collazione dei due articoli.

Subito mi è balzata agli occhi la variante nel titolo. Sul “Corriere fiorentino” si legge infatti: Ateneo fiorentino: basta con le facoltà separate. “Basta con le facoltà separate” e “bisogno di discontinuità” sono concetti equipollenti? Non mi pare: il primo titolo sembra rinviare a questioni di mera organizzazione, l’altro, invece, implica una ben diversa considerazione politica: “il bisogno di discontinuità” significa anzitutto che chi ricopre attualmente cariche negli organi di governo (ed è di fatto corresponsabile della fallimentare gestione che ha prodotto il disastro di bilancio a tutti noto) farebbe bene a mettersi da parte.

Ho proseguito la mia collazione mettendo in grassetto, tra parentesi quadre, i passi omessi dal “Corriere fiorentino”.

1) “Quanto è emerso [non riesce a tranquillizzare, anzi] aumenta le preoccupazioni [preesistenti, già manifestate da non pochi colleghi].

Il taglio ha eliminato due dati importanti: non si tratta di preoccupazioni nuove, ma “preesistenti”; non si tratta di problemi avvertiti da due soli professori, ma “da non pochi colleghi”.

2) “ed è altresì diventato evidente che il disavanzo superi nel 2009 i 33 milioni di euro e nel 2010 i 65 milioni di euro. [E tutto questo con uno stile di sereno distacco, come se si trattasse di eventi ineluttabili, dipendenti da fattori esterni e comunque così poco impegnativi la responsabilità dell’Ateneo da consentire pubbliche ma del tutto innocue ammissioni di responsabilità. Motivi per preoccuparsi, dunque, non mancano]”.

L’omissione non è certo di poco conto: i responsabili dell’attuale situazione ammettono che le condizioni dell’Ateneo sono catastrofiche ma non se ne assumono le responsabilità, anzi si autoassolvono, pronti a ripartire nelle vesti di salvatori della patria.

3) “Il blocco del turn over non è semplicemente la rinuncia a nuove assunzioni di personale, [ipotesi di per sé, in termini generali, ben possibile anche a prescindere da crisi finanziarie, posto che il personale deve essere sempre rapportato alle esigenze effettive. Nel caso dell’Ateneo fiorentino e nelle concrete circostanze] si tratta, invece, di estinzione o di svuotamento di qualificatissimi  settori di ricerca, cioè di estinzione del servizio e di rinuncia all’utilità sociale che dall’università può derivare”.

Il brano cassato conteneva una riflessione giustissima, e interamente condivisibile, sulla gestione del personale, anche in riferimento a fatti che sono sotto gli occhi di tutti: giochi di potere e di clientele hanno gonfiato a dismisura certi settori, mentre altri non meno qualificati e prestigiosi sono stati quasi cancellati, a dimostrazione di un uso dissennato delle risorse.

4) “Poi, vi sono la riduzione dei fondi per le biblioteche, per il funzionamento dei Dipartimenti, per le attività di ricerca, [carenze vecchie e nuove (come si è visto) delle strutture edilizie, un’offerta didattica poco governata. Tali questioni non  possono certo essere ignorate o sottovalutate solo perché sono stati banditi nuovi (peraltro pochi) posti di ricercatore, specie se si considera che a tale scopo - come detto - sono stati ridotti i fondi per biblioteche e i Dipartimenti, cosicché si rischia di avere dei ricercatori non in condizioni di lavorare. Lo scenario che prende forma, insomma, è quello di un Ateneo che sta scivolando nelle seconde e terze file, sempre più immiserito (nelle pratiche quotidiane, negli orizzonti, nelle idee) e sempre meno in grado di competere con le altre sedi. Una grande tristezza e un danno non lieve per l’Ateneo e per la città. Non si possono trovare soluzioni con piccoli aggiustamenti, con piccole politiche, senza adottare misure che insieme a completezza e chiarezza di informazione possano coinvolgere il contributo e la responsabilità di tutti i docenti”].

Il passo tagliato conteneva un grido d’allarme molto grave, perché la linea fin qui seguita ha portato a un deterioramento intollerabile delle condizioni-base per la ricerca, la cui qualità determina, al di là delle vacue chiacchiere sull’offerta didattica, sui percorsi formativi e via sproloquiando, il prestigio di un Ateneo.

5) “significa anche capacità di esprimere indirizzi nei confronti del livello nazionale, al  fine di rilegittimare la rivendicazione di un ruolo non marginale del nostro Ateneo [e in modo da non essere sempre costretti a subire e a rincorrere quello che arriva. La recente vicenda della modifica statutaria avrebbe potuto essere un’occasione preziosa, ma è stata per intero consumata, pur in un momento in cui era evidente la gravità dei problemi, dietro ad aspetti del tutto secondari”].

È sparito il riferimento allo statuto, sulla cui ‘indispensabile’ revisione era stata capziosamente imperniata la deroga al divieto del terzo mandato per il rettore in carica (argomento scottante…). Com’era prevedibile, il nuovo statuto è stato approvato senza aprire un vero dibattito e senza tener conto delle sollecitazioni pervenute dai Dipartimenti e dalle facoltà.

6) “Bisogna aggiungere che discontinuità di politiche significa anche discontinuità di persone. [La seconda è condizione essenziale per la credibilità della prima; ciò che ogni cittadino reclama nei confronti dei politici di professione non può non valere per chiunque sia investito, in qualsiasi istituzione, di compiti e di responsabilità di governo]. D’altra parte, come è immaginabile un rinnovato e proficuo rapporto con le istituzioni regionali e locali se non a partire da qui?”

È stato tolto proprio l’asserto principale, col riferimento al “governo” dell’Ateneo e la conseguente chiamata in causa del gruppo dirigente che ha portato allo sfacelo: rettore in primis, e con lui prorettori e presidi, ben rappresentati, guarda caso!, nel gruppo che aveva partecipato al Forum del 13 marzo (organizzato dal “Corriere”).

Come Lei ben sa, cara Professoressa, la filologia serve! Serve a far chiarezza, e qualche volta anche a scoprire gli altarini.

Con i miei più cordiali saluti

                                                  Valentina Giorgi