Restare a galla

 

 

L’accordo sulle nuove fasce di reddito per le tasse studentesche e l’approvazione dei nuovi regolamenti didattici, ossia l’entrata in vigore della legge 270 che l’ateneo ha deciso di far partire fin dal prossimo anno accademico campeggiano in questi giorni sulle pagine della cronaca fiorentina.

Cantano vittoria in coro i vertici dell’ateneo: “Guardate come siamo stati bravi!”. Ma, tanto per cambiare, sono vociacce stonate, al cui confronto le celebri rane di Aristofane fanno la figura del coro della Cappella Sistina. Forse, a proposito dei regolamenti didattici, non sono chiare a tutti due cose: 1) la riduzione dei corsi è stata non un’operazione chirurgica, come si vuol far credere ai soliti gonzi disposti a bersi tutte le panzane propalate dalla cricca egemone, ma un puro e semplice maquillage: di fatto, alcuni corsi di laurea sono stati trasformati in ‘percorsi’ all’interno di un corso di laurea più ampio; 2) il risparmio non ha nulla a che fare con l’attuazione della legge 270 e poteva esser perseguito indipendentemente da quella: sarebbe bastato un maggiore autocontrollo. Invece si è assistito a un’abbuffata di contratti e contrattini, nella convinzione che prima o poi i posti precari si stabilizzano (del resto, non è sempre stato così fin dalle scellerate sanatorie ope legis degli anni Ottanta?), per far mettere ad amici, parenti, conviventi e clientuli, se non un piede, almeno un alluce nell’università. Il vero problema è che non si è mai seriamente discusso delle priorità: una facoltà non può essere un’arca di Noè che imbarca di tutto, ma occorre decidere razionalmente quali settori potenziare (o conservare) e a quali rinunciare. La riforma di cui si va tanto fieri non è altro che l’imbalsamazione dell’esistente, senza un vero piano di riassetto complessivo che tenga conto delle tradizioni culturali, della qualità dei percorsi formativi, delle esigenze primarie. Che nella facoltà di Lettere e Filosofia di Firenze si spalanchino le porte all’insegnamento del turco (recentissimo acquisto, fatto in tempi in cui la montagna dei debiti era ancora tenuta accuratamente nascosta, benché già si sapesse che sfiorava le proporzioni dell’Everest) e si facciano colare a picco Filologia dantesca, Letteratura latina medievale e Letteratura spagnola (le prime due discipline sono da anni prive di un titolare, la terza lo sarà tra breve se non si corre ai ripari) apparirà sorprendente, credo, anche a chi non è addentro alle alchimie universitarie.

E che dire di certe sconcertanti dichiarazioni di personaggi cui è stata affidata la gestione dell’ateneo fiorentino? “Caricheremo di molto più lavoro i docenti strutturati, che dovranno coprire almeno il 70% dei crediti formativi e sostenere tra le 120 e le 180 ore di lezione”, si legge nell’intervista al prorettore alla didattica sul “Corriere fiorentino” del 12 giugno 2008. Una ridicola filosofia dello stakanovismo didattico subito fatta propria, con entusiasmo degno di miglior causa, dalla preside di Lettere. Ma va ricordato che proprio su questo punto (il famoso art. 27 del Regolamento didattico di ateneo relativo ai Doveri dei docenti) la proposta presentata dall’università di Firenze è stata clamorosamente bocciata dal CUN. Altro che vittoria, altro che 'siamo stati bravi'! Una figuraccia incredibile.

In vista dell’assurdo e nefasto ‘carico’, che avrebbe come unico effetto quello di deprimere la qualità della didattica e di azzerare la ricerca, alcuni docenti - non certo ascrivibili alla categoria dei fannulloni, si badi bene, ma tra i più quotati per prestigio scientifico e tra i più stimati dagli studenti - per protesta hanno chiesto il pensionamento anticipato; altri hanno presentato domanda di congedo. Tutti segni, questi, del disagio e del malessere per una conduzione velleitaria e frettolosa della riforma, imposta dall’alto secondo un’ottica miope e vessatoria, che nella facoltà di Lettere e Filosofia in particolare rischia di distruggere quel poco di positivo che ancora restava. Riuscirà mai questa disgraziata facoltà a rendersi conto del degrado in cui è sprofondata, e soprattutto a cercare d’invertire la tendenza adottando una linea di discontinuità?

Le prospettive non invitano all’ottimismo. Per di più, quasi quotidianamente ci tocca assistere a uno squallido spettacolo di dichiarazioni ambigue, con annesso spaccio d’illusioni a buon mercato. Un esempio? L’intervista al prorettore all’edilizia apparsa sulla “Nazione” del 28 maggio 2008, dove leggiamo:

In piazza Brunelleschi andrà la biblioteca centrale, che sarà una delle più grandi d’Italia. Nel piano edilizio era previsto anche un project financing per far costruire ai privati un parcheggio interrato in piazza Brunelleschi. Ma per ora l’opera è sospesa per mancanza di fondi.

Anche a voler essere benevoli, ipotizzando un equivoco da attribuirsi ai giornalisti, un dato è certo: nell’attuale piano edilizio piazza Brunelleschi non è menzionata. Ma neppure prima lo era. Quando si parlava di piazza Brunelleschi e della ristrutturazione del complesso, ci si riferiva solo al ‘concorso d’idee’, non a future realizzazioni né a piani edilizi. Possibile che ancora non ci si renda conto dell’effettiva situazione? Possibile che ancora si imputi solo alla carenza di fondi la mancata sistemazione di piazza Brunelleschi? Trattandosi della cenerentola Lettere e Filosofia - dei cui rappresentanti ben conosciamo l’efficienza e l’autorevolezza -, qualcuno, forse, ha trovato conveniente giocare sull’equivoco. Ma il piano edilizio figura solo nel libro dei sogni. Nella realtà c’è il ‘concorso d’idee’: vale a dire disegni, nient’altro che disegni. Pagati profumatamente, questo sì, tanto per distribuire un po’ di denaro pubblico senza che ce fosse alcun bisogno. Il bisogno, come ormai è emerso con chiarezza, era solo di tipo elettorale.

Firenze, 13 giugno 2008

                                                                                               Ireneo Galizia