TAGLI? MA BEN VENGA LA GHIGLIOTTINA!

 

Non su un un bieco foglio di propaganda reazionaria, ma su "Repubblica" di sabato 22 novembre, Mario Pirani scrive quello che noi di Ateneopulito andiamo dicendo da anni. Bisogna cambiare; e bisogna cambiare mandando a casa rettori nepotisti, presidi eletti a suon di favori clientelari, consorterie accademiche a cui degli studenti e del loro futuro non importa un bel nulla. Avete capito, ragazzi delle okkupazioni? Leggete attentamente le considerazioni di Pirani, che saranno anche una fiera dell’ovvio, come osservano gli amici di www.ilsensodellamisura.com, ma almeno sono ragionevoli, a differenza di tante (troppe) esagitate dichiarazioni di noti marpioni accademici. Leggete, e imparate a diffidare della solidarietà pelosa di chi punta solo alla conservazione di un potere malamente conquistato e peggio gestito.

«Basta con i tagli!», intimano gli striscioni e gli slogan scanditi dai cortei universitari. Ma se avessero contezza, in primo luogo del fiume di soldi dirottati a favore di una casta accademica pletorica e clientelare, che le oasi di eccellenza non bastano a controbilanciare, gli studenti dovrebbero rivendicare più tagli e non meno. E dovrebbero, come diceva Mao Zedong, «bombardare il Comitato centrale», non stringersi, in definitiva, in sua difesa. Certo, molti studenti sono angosciati dalla nebulosità di un futuro neanche minimamente prevedibile, dalle deplorevoli condizioni del percorso scolastico, dalla disorganizzazione dei corsi e degli esami e quant’altro la vita universitaria offre o, meglio, nega. Gli studenti prevedono che i tagli annunciati dalla Finanziaria aggraveranno maggiormente questo stato di cose ma, per contro, non sembrano percepire l´origine prima della scarsezza dei fondi. E, cioè, lo sconsiderato spreco di risorse ingoiate dalla greppia accademica, clientelare e familistica, che avrebbe dovuto essere spazzata via da tempo a furor di popolo.

Come altro giudicare i casi raccontati in queste settimane da tutti i quotidiani sulla parentopoli infiltrata nelle più diverse facoltà universitarie in quasi tutte le Regioni d´Italia, con una tendenza più grave e generalizzata nel Mezzogiorno? Emerge un organigramma che denota una degenerazione ormai sistemica. Così non si era spenta la eco del record raggiunto dal rettore uscente dell´Università di Foggia, con ben sei parenti nell’Ateneo (moglie, figlio, figlia, genero ed altri cari), che ci vengono segnalati altri casi nella medesima Università: dai verbali dei consigli di Facoltà risulta, ad esempio, che ad Economia, l’ex preside, Vittoria Spada, ha provveduto, prima di andarsene, a ‘chiamare’ un posto di ricercatore dove è stato subito nominato suo figlio, il dott. Primiano Di Nauta. Ma laddove batte imperioso un ‘cuore di mamma’, palpita di amorosi sensi anche quello di un ‘tesoro di marito’, come dimostra il docente di Statistica, Corrado Crocetta, ordinario di fresca data, che alla prima riunione ha ‘chiamato’ anche lui un posto di ricercatore nella sua materia, prontamente assegnato alla di lui signora. Ora moglie e marito possono stare assieme non solo in camera da letto nella stessa stanza dell’Università. Lasciando da parte il parentado, vi è un altro dato, anche più significativo, riguardante sempre la Facoltà di Economia di Foggia, passata da 4 ordinari e 6 associati nel 2002 ad oltre cento cattedratici a tutt’oggi. Neanche alla London School of Economics di Londra.

Che senso ha seguitare a finanziare simili organici? Non si deve tagliare qui e rifinanziare, invece, borse di studio o le attività dei ricercatori, spesso precari? Tanto più che non si tratta di qualche Università meridionale ma di una patologia degenerativa diffusa e, purtroppo, subita finora come qualcosa di inevitabile. Così nelle facoltà di medicina di ciascuna Regione, si riscontrano in cattedra, con lo stesso cognome di un titolare importante, il 21,1% di omonimi alla Statale di Milano, il 30,3 alla Sapienza e alla Cattolica di Roma, il 21,5% a Bologna, il 38,4 a Messina, il 34,4 alla Federico II e alla Seconda Università di Napoli, il 13,6 a Torino. Sono tutte coincidenze casuali? Ma il virus della parentopoli è solo uno dei mali sviluppatisi sul corpo universitario. Un altro deriva dalla corsa dissennata alla moltiplicazione: delle sedi, delle succursali, delle cattedre e dei corsi di laurea. E relativo numero di rettori, prorettori, docenti di ogni ordine e grado, nonché relativo personale amministrativo. Cominciamo dalle prime. Un tempo in Italia le Università erano poche, godevano in genere di pedigree di largo prestigio. Dagli anni Sessanta la crescita della popolazione scolastica incentivò l´apertura di nuove sedi con una dislocazione geografica nell’assieme ragionevole. Verso la fine del Novecento si arrivò a 41. Sono passati otto anni e le Università sono più che raddoppiate, raggiungendo quota 95! In media più di una per provincia. Forza delle confraternite politiche e clientelari localistiche che traggono dalla inaugurazione di qualche Facoltà accademica il lustro un tempo riposto nel taglio del nastro di una nuova strada. Ma non basta: con un ritmo esponenziale si sono moltiplicate le sedi distaccate, un’altra recente invenzione, che a tutt’oggi sono addirittura 320, nei luoghi più disparati d´Italia. Anche le piccole università, sorte con la scusa di avvicinare le fonti del sapere alla residenza degli studenti, hanno figliato a loro volta; quella di Cassino, ad esempio, ha aperto succursali a Sora, Terracina e Frosinone; quella di Viterbo a Cittaducale e Tarquinia; La Sapienza con slancio emulativo ha distaccato rappresentanze accademiche a Cassino, Latina, Pomezia, Rieti, Viterbo (forse risparmiava instaurando un servizio di scuola-bus per i fuori sede). Infine anche Tor Vergata ha issato il suo logo a Cassino, che ora conta ben tre università. Mi fermo con la casistica anche se si potrebbe riempire una pagina. Una pagina, invece, non sarebbe sufficiente per illustrare l’esplosione dei corsi di laurea. Questi, frutto perverso dell’autonomia e della riforma del 3+2, sono balzati in un lustro da 2444 a 5500. Alcuni hanno un solo studente iscritto, altri si contano sulle dita di una mano: Tempio Pausania ha 5 studenti, Petralia Sottana 6, Colle Val d’Elsa 8. Come potrebbe essere altrimenti con materie che servono solo a fornire una cattedra all’insegnante, come, ad esempio, la «Scienza dell’allevamento del cane e del gatto», la «Scienza della mediazione linguistica per traduttori dialoghisti televisivi», la «Scienza e tecnologia del Packaging» (ovverosia in linguaggio corrente: confezione e imballaggio)? Il paradosso ha ormai tracimato oltre ogni sopportabile limite.

Ultime in questo schema incompleto del disastro vanno annoverate le ‘lauree con lo sconto’ e le ‘cattedre facili’. A partire dalla fioritura di università private, sovente soltanto telematiche, quasi tutte, però, riconosciute dallo Stato si è ingenerata la trovata commerciale di attirare studenti e fare soldi attraverso le cosiddette convenzioni con ministeri, enti, organismi vari, dai vigili del fuoco all’ordine dei giornalisti. In altri termini, visto che per la laurea triennale occorrono 180 crediti, alcune università private, ben presto seguite purtroppo anche da molte pubbliche, hanno escogitato un sistema che più truffaldino non potrebbe essere. Esso si basa su un comma di un decreto sull’autonomia didattica che nel 1999 - insania mentis - consentì ad ogni università di considerare ‘crediti formativi’ non solo gli esami sostenuti ma anche «le altre conoscenze e abilità professionali certificate e maturate in attività formative». Così il ministero dell’Interno o l’Automobil Club, che avevano un buon numero di impiegati non laureati, ‘certificavano’ che l’attività da questi svolta in ufficio era di carattere formativo e l’università, previo pagamento di una lauta quota d’iscrizione, prendeva in carico, come ‘studenti’, i suddetti beneficiati, assegnando loro in partenza 120 crediti in bianco e li aiutava a sostenere i 4 o 5 esami residui per conseguire la laurea. Il ministro diessino Mussi cercò di limitare l’ignominia ponendo un limite di 60 crediti in bianco (egualmente intollerabili e ingiusti verso chi davvero sostiene gli esami) ma non deve essere riuscito ad emettere il decreto attuativo e il mercimonio prosegue.

Proprio in questi giorni, Salvo Andò, ministro socialista della Prima Repubblica ed oggi rettore di una delle università, quella di Enna, che si sono maggiormente distinte nella pratica delle convenzioni, ha assicurato il prof. Giovanni Sartori, in seguito a una polemica sul Corriere, che d’ora in poi accetterà solo immatricolati regolari. Ma le migliaia di laureati precoci che ha nel frattempo messo in circolazione? Lo stesso dicasi per le ‘cattedre facili’ che queste università d’assalto deliberano non di rado a favore di politici, portaborse, personaggi senza alcun curriculum accademico. Questi, una volta in cattedra, non sempre restano nel natìo borgo di partenza ma, essendo riconosciuti come docenti a tutti gli effetti, se trovano uno sponsor, riescono a farsi ‘chiamare’ anche in un ateneo prestigioso.

Mi fermo qui. Ne deriva una conclusione. Tutto questo andrebbe estirpato dalle radici. Per intanto i finanziamenti dovrebbero venir tagliati dovunque la malattia è penetrata e devoluti, per quanto oggi possibile, alle parti sane. Il sistema dei concorsi va rifatto da capo a piedi. Non basta il sorteggio di alcuni commissari. Si torni al concorso nazionale, per titoli certificati da pubblicazioni e lavori con il marchio internazionale dell’impact factor e della peer reviews (valutazioni anonime e punteggi scientificamente referenziati). Per i prossimi concorsi banditi quasi tutti da università periferiche (7000 posti), si riaprano i termini e si abolisca la doppia idoneità (due vincenti per un posto), escogitata come merce di scambio (la Gelmini ha per ora congelato tutto, compiendo i primi, timidi passi). Le forze riformiste hanno un campo vastissimo di azione, sempre che abbiano il coraggio di prendere la testa dei movimenti e non di attaccarsi alla loro coda. L’impresa è assai più ardua che lo smaltimento della mondezza napoletana, ma di gran lunga più decisiva per le sorti del nostro Paese.