La punta dell’iceberg

 

Nel pomeriggio di martedì 11 marzo 2008 si sono svolte due riunioni: una convocata da un gruppo di docenti presso il plesso didattico di viale Morgagni, l’altra organizzata come Forum presso la sede del Corriere della Sera di Firenze. Sorge anzi il sospetto che la seconda sia stata in qualche modo indirettamente sollecitata dalla prima, quasi a porre un argine a un fiume in piena che rischia di travolgere l’ateneo fiorentino.

Riportiamo qui l’articolo di Marco Gemelli apparso il 12 marzo 2008 sul Giornale della Toscana. Su un solo punto non siamo d’accordo: quella che il bravo giornalista individua come ‘frangia’ è in realtà la punta di un iceberg, perché a pensare come la frangia sono in molti. Non tutti i ‘dissidenti’ sono andati all’incontro di viale Morgagni: alcuni perché impegnati nell’attività didattica, altri per non perdere tempo (visti gli spazi sempre più esigui che un’ormai intollerabile elefantiasi burocratica dell’università lascia alla ricerca e all’aggiornamento), altri infine per non uscire allo scoperto, per non esporsi a rappresaglie accademiche, per non essere segnati a dito come ‘provocatori’ o ‘amici dei provocatori’.

 

Università, una “frangiadi 40 docenti denuncia disservizi e criticità dellateneo

 

Dal bilancio dell’ateneo al blocco del turnover, dai problemi legati all’edilizia universitaria fino al sistema di organizzazione dei poli. È un vero e proprio cahier de doléance, quello che una quarantina di docenti dell’Università di Firenze sta mettendo a punto e dopo Pasqua presenterà ai vertici dell’ateneo sotto forma di un documento. Ieri pomeriggio, in viale Morgagni si sono ritrovati i docenti - un’autentica frangia, a questo punto, ostile all’attuale gestione di piazza San Marco - per puntare l’indice contro la situazione in cui oggi si trova l’Università di Firenze.

«La situazione del nostro ateneo - hanno esordito i docenti - appare sempre più grave sia dal punto di vista delle ordinarie esigenze di funzionamento che in relazione alle prospettive per il futuro. Ciò rende necessaria ún’attenta considerazione da parte di tutti noi, perché non sembrano credibili soluzioni che prescindano da un generalizzato coinvolgimento e da una diffusa partecipazione di tutti. D’altra parte, il documento con cui gli organi di governo dell’ateneo hanno in qualche modo mostrato di prendere consapevolezza della serietà dei problemi e del fatto che l’attuale condizione non dipende esclusivamente da fattori esterni e non può quindi risolversi in politiche meramente rivendicative, delinea un difficile percorso che abbisogna non soltanto di essere attuato quanto, ancor prima, di essere definito in termini sufficientemente puntuali». Al ‘confronto’ hanno preso parte circa 40 docenti, provenienti da ogni facoltà: dopo una breve introduzione, si sono susseguiti gli interventi «rivolti a fornire l’indispensabile base informativa sulla dimensione della crisi finanziaria dell’ateneo e sulle relative proiezioni pluriennali, sul piano dei pensionamenti e sugli effetti del blocco del turn over, sulla funzionalità organizzativa e sulla situazione del personale tecnico-amministrativo, nonché sulla politica edilizia». Al primo posto della ‘lista’ c’è il caso del blocco del turnover fino al 2012: una situazione che secondo i professori porterà in diverse facoltà a una riduzione fino al 39% del personale docente (è il caso di Scienze), «a causa di pensionamenti disomogenei da realtà a realtà». Il documento allo studio - che verrà formalizzato nella prossima riunione della ‘frangia’ - indica anche una «necessaria discontinuità con l’attuale gestione dell’ateneo».

 

Quelli che invece hanno partecipato al Forum erano solo 7: il prorettore vicario (prof. Alfredo Corpaci), il prorettore per i rapporti col territorio (prof. Franco Angotti), il prorettore all’edilizia (prof. Romano Del Nord), il prorettore alla didattica (prof. Sandro Rogari), il preside di Lettere e Filosofia (prof. Franca Pecchioli Daddi), il preside di Architettura (prof. Raimondo Innocenti) e il prof. Paolo Caretti (del dipartimento di Diritto pubblico). Il resoconto del dibattito è apparso sul “Corriere fiorentino” il 13 marzo 2008 col titolo: Sì, l’Università rischia grosso. L’autocritica: autonomia usata male. L’accusa: scarso aiuto dalle istituzioni.

Nel corso del Forum, Innocenti e Caretti non hanno mancato di avanzare critiche e riserve; ma la sorpresa è la vera e propria confessione del prorettore vicario: “Lo abbiamo capito in ritardo” proclama Corpaci, col capo cosparso di ceneri quaresimali. E allora? Che cosa si aspettano questi tardivi che arrivano solo adesso a capire quello che a tanti di noi era chiaro da anni, ossia il disastro ineluttabile e imminente? Pensano forse che il mea culpa basti a garantire una benevola assoluzione che consenta poi di proseguire indisturbati sulla strada sciagurata che si è fin qui seguita? Chiedono forse, in cambio di un atto di dolore e tre avemmarie, un rinnovo della fiducia per poter continuare il loro brillante operato e dare finalmente il meglio di sé? Sembra quasi che vi sia una perseveranza diabolica nella logica distorta che condusse a suo tempo al rinnovo del Consorzio Elisa, prorogato nonostante il pesante deficit (su tale assurda delibera si veda Il valore aggiunto del Consorzio Elisa, in www.ateneofuturo.it ) e successivamente, con rapido dietrofront (cui non è forse estranea la denuncia di Ateneofuturo), posto in liquidazione.

Qual era dunque lo scopo del Forum al “Corriere”? Farsi belli esibendo lo specchietto dei 43 ricercatori nuovi di zecca? Riempirsi la bocca e abbindolare gli allocchi con ‘la politica di apertura ai giovani’? Intendiamoci: svecchiare quei gerontocomi che sono ormai diventati i nostri atenei va benissimo; come va benissimo bandire concorsi per avviare alla carriera universitaria i giovani più brillanti, da troppo tempo in lista d’attesa. C’è però l’altra faccia della medaglia, quella oscura, quella tenuta nascosta. Evidentemente qui non si sa - o si fa finta di non sapere - che cosa significhi promuovere la ricerca e la qualità. I ricercatori (almeno a norma dell’attuale stato giuridico) non sono tenuti a insegnare, ed è giustissimo, visto che debbono soprattutto studiare e pubblicare. Ma nei prossimi anni andranno in pensione legioni di associati e di ordinari: su chi cadrà l’onere della docenza se si assumeranno solo ricercatori, studiosi anche validissimi ma scientificamente (e di conseguenza didatticamente) immaturi? Per coprire il vuoto lasciato dalla vecchia guardia sfiancheremo i pivellini costringendoli a 120 ore d’insegnamento, stroncandone di fatto la carriera e rendendo un pessimo servizio agli studenti? Ci si rende conto di quanto questa prospettiva sia fallimentare, per non dire demenziale? Le università funzionano se c’è un doppio binario efficiente: se accanto a giovani di valore, che portano entusiasmo e freschezza d’idee, ci sono i maestri più anziani, forti del loro prestigio e della loro esperienza. Abbiamo sempre criticato ferocemente le facoltà-Villa Arzilla, ma non meno decisa sarà la nostra protesta contro gli atenei dei pivellini allo sbaraglio, privi di guida autorevole nella ricerca e strangolati dalla didattica.

Intanto, all’insegna di queste politiche volubili ma sempre miopi, meschinamente opportunistiche e non di rado inconsulte, si prepara per l’università di Firenze un ben triste futuro. Gli studenti faranno meglio a trasferirsi altrove.

 Firenze, 14 marzo 2008

                                                   Ireneo Galizia e Strepsiade