Immondizie reali e metaforiche

 In un editoriale intitolato Sindaci irresponsabili (“Magazine” del “Corriere della Sera”, 31.01.2008, p.17), Angelo Panebianco propone una serie di considerazioni interamente condivisibili sulle cause che hanno portato alla catastrofe dell’immondizia in Campania. La tesi fondamentale è che, pur essendo l’autogoverno locale, in linea di principio, un fatto positivo, se mancano sanzioni contro il suo possibile abuso le conseguenze possono essere disastrose. Per esempio, il fatto che la nostra Costituzione non preveda “alcun meccanismo sanzionatorio tassativo per il cattivo uso del denaro trasferito a questa o a quella regione, a questa o a quella città”  si è rivelato un errore gravissimo: i politici locali hanno infatti avuto via libera nell’uso clientelare delle risorse, tradendo sia i loro amministrati (che si ritrovano con servizi pessimi e senza prospettive di sviluppo) sia i contribuenti in genere, per lo sperpero vergognoso, e in certi casi anche criminale, del loro denaro.

“L’autogoverno locale può esistere solo se collegato alla responsabilità. Se ques’ultima viene a mancare, anche il ‘privilegio’ dell’autogoverno dovrebbe essere, almeno temporaneamente, sospeso”, afferma Panebianco, constatando come spesso le riforme finalizzate alla concessione di ampia autonomia agli enti locali abbiano avuto esito fallimentare: in tal modo “l’Italia si è allontanata dal modello ‘puro’ di Stato centralizzato, di ispirazione napoleonica”, ma con la (nuova) autonomia  si è mantenuto in vita il (vecchio) accentarmento politico-burocratico. “Con il risultato di sommare i difetti dei sistemi accentrati e di quelli decentrati o federali senza averne i pregi. Inoltre, gli spostamenti di poteri e risorse verso la periferia non sono mai stati accompagnati dalla formazione di corrispondenti oneri e sanzioni responsabilizzanti”. Così, gli organi periferici possono attribuire tutta la responsabilità dell’inefficienza al governo centrale, il quale a sua volta rovescia ogni colpa sugli amministratori locali. E alla fine nessuno paga i propri errori.

L’università è lo specchio del paese. Anche qui, l’autonomia senza responsabilità ha prodotto disastri epocali e cumuli di macerie, come sottolineavo in un’intervista rilasciata al giornalista Filippo Tosatto e pubblicata sul “Mattino” di Padova  del 24.01.08: “Il vero degrado è coinciso con quest’autonomia fasulla che vorrebbe scimmiottare gli atenei americani ma nei fatti ne capovolge i criteri. Negli Stati Uniti non esiste il valore legale del titolo di studio: contano il merito effettivo e il prestigio degli studi compiuti. Le università competono per migliorarsi perché vivono grazie alle tasse, salate, degli studenti: se non sono in grado di fornire una preparazione adeguata, i giovani vanno altrove […]. Inoltre, i figli dei ricchi, con le loro rette, finanziano le borse di studio dei poveri super-intelligenti. Autonomia nella responsabilità: così, il sistema funziona. In Italia avviene il contrario. Il valore legale del titolo di studio scatena una corsa al ribasso, la competenza è ignorata, vince chi offre una laurea a condizioni più facili. Un effetto devastante che si ripercuote anche sul reclutamento del personale universitario, leggi malaffare dei concorsi”.

E, visto che siamo in tema di sporcizia e marciume, non sarà male meditare sulle riflessioni di Piero Luigi Ipata, professore emerito dell’università di Pisa, apparse su “ La Repubblica ” del 24 gennaio 2008 (p. 26) sotto il titolo Io, reo di non aver visto il marcio intorno a me :

 

Ho appena finito di leggere l’articolo di Davide Carlucci sui concorsi universitari truccati del 23 gennaio, e ancora mi pervade un senso di rabbiosa, devastante umiliazione. Finora avevo sempre cercato di difendere l’Università dove ho percorso l’intera carriera, senza accorgermi - o forse facendo finta di non accorgermi - come tanti altri colleghi mai toccati dal marchio del nepotismo, del marcio che mi circondava. Adesso mi sento come l’invitato ad un pranzo di gala, che ha visto dei convitati portarsi a casa le posate d’argento, senza aver avuto il coraggio d’intervenire.

 

Mi scrive, a proposito di queste amare riflessioni, Ireneo Galizia:

   

È proprio vero: capita spesso di assistere a prepotenze, atti di arroganza, decisioni che calpestano la legalità, e tutti tacciono. Si tace per amicizia, per paura di subire qualche danno o per poter avere qualche guadagno. “Tengo famiglia” - si sente dire, il che non significa necessariamente collusione con la concorsopoli familiare: c’è anche la famiglia accademica, nel senso che ci si preoccupa delle sorti degli allievi (com’è anche giusto, purché non si spingano i propri allievi scadenti a detrimento di quelli altrui più meritevoli). Ma bisogna rendersi conto che la colpa di tante cose che non vanno nell’università è anche di chi tace. Per quanto mi riguarda, c’è soprattutto un interrogativo che mi angoscia: come si combatte l’arroganza del potere? Qual è l’atteggiamento più giusto ed efficace? Denuncia, scontro frontale, mediazione? Un fatto è certo: nel silenzio generale, l’arroganza di certe cricche cresce indisturbata. E non prepara nulla di buono per il futuro dei nostri giovani.

  A Lei, cara prof. Lazzerini, i miei più affettuosi saluti

                                                Ireneo Galizia

 Firenze, 31 gennaio 2008