FOTOGRAFIA DI UN DISASTRO

 

La foto del “Venerdì” di “Repubblica”, già più volte ripresa da questo sito, documenta il degrado vergognoso dell’area di Piazza Brunelleschi e in particolare del cortile da cui si accedeva alla Facoltà di Lettere prima della chiusura per manifesta indecenza. Ma il degrado materiale non è forse il male più grave, come spiega benissimo, e senza peli sulla lingua o fette di prosciutto sugli occhi, il collega Enrico Livrea in questo intervento che potete leggere anche nel sito di Renato Giannetti, candidato alla Presidenza della Facoltà (http://www.giannetti.splinder.com).

«Molti rifiutan lo comune incarco / ma il popol tuo sollicito risponde / sanza chiamare, e grida ‘I’ mi sobbarco’». Commento di un insigne dantista: «La formula esprime in apparenza un’accettazione rassegnata, ma maschera di fatto un desiderio interessato ed ambizioso». La spietata critica di Dante ai suoi concittadini ben si applica alla rotazione delle cariche accademiche, i cui detentori sono ahimé come i pannoloni dei vecchi, che occorrerebbe cambiare il più spesso possibile, e sempre per la stessa ragione.

Fra le cariche meno ambite c’è sicuramente la presidenza di un Corso di laurea. Anche per questa, come per tutte le altre, in 32 anni di ordinariato (di cui 25 trascinati orrendamente nella cattività fiorentina) non mi è mai, dico mai, capitato di assistere ad una corretta competizione democratica, con diversi concorrenti ciascuno dei quali con una propria visione programmatica della realtà accademica, in leale ed aperto confronto con visioni diverse o contrapposte. Di solito si assiste alla stanca replica di un copione ripetuto centinaia di volte: nessuna competizione, un unico candidato di regime  espressione delle manovre di corridoio dei soliti notissimi poteri occulti, ammannito tutt’al più con la guarnizione delle due frasi cliché: «Ma nessuno lo vuol fare», «Solo lui lo vuol fare», a cui è facile replicare che, se nessuno si candida, ciò suona condanna inesorabile di una realtà tanto degradata da esser ingovernabile, ed alla quale nessuno si sente di metter mano per un’intensa azione riformatrice, e che non ci importa minimamente se x o y lo vuol fare, ma solo se lo può fare, perché ne ha i mezzi intellettuali, morali ed operativi.

Tutta questa sfiducia generalizzata, al di là del triviale scaricabarile sul ministero cinico e baro, sulla tristezza dei tempi, sull’urgenza dei propri impegni, si spiega in realtà con una ragione profonda che bisogna aver il coraggio di far finalmente emergere: nessuno, assai giustamente, si sente di assumere una carica fin dall’inizio svuotata di ogni reale potere e responsabilità perché tutti sanno perfettamente che le decisioni che contano vengono assunte non da amorfe quanto pletoriche e pleonastiche assemblee, bensì da una ristretta casta di oligarchi di regime, che fanno ciò che vogliono senza curarsi dei colleghi e ne rispondono soltanto a torbidi ed occhiuti poteri occulti, poteri che o si compiacciono di piantare la loro bandierina su questa o quella carica accademica, o più spesso scelgono un flaccido imbroglione che funga da uomo di paglia e non rappresenti comunque alcun rischio per la gestione diretta del dominio. Il risultato di queste pratiche degradanti è sotto gli occhi di tutti : una Facoltà che non è più una Facoltà, e che sarebbe già ottimistico definire la negazione di Dio eretta a Facoltà, perché questa avrebbe una sua sinistra grandezza che invece manca del tutto ad istituzioni dove trionfa la banalità del male, la mediocrità più plumbea e soffocante.

 In un Corso di laurea in lettere già la speciosa quanto illusoria denominazione pone dei problemi. Non è difatti un Corso di laurea in lettere un Corso di antichistica allargato a comprendere le pur importantissime medievistica, linguistica ed orientalistica, e decurtato invece della qualificante presenza dell’italianistica. Fra tutti gli argomenti arrecati per deplorare questa separazione, fondamentale parrebbe quello della sacrosanta volontà ministeriale di ridurre drasticamente i Corsi di laurea e gli insegnamenti, al di là di una deregulation selvaggia che, oltre ad essere tipica della destra estrema (bisognerebbe ricordarlo a quei colleghi della finta sinistra inutile e regressista, che hanno trasformato Firenze nella capitale della Bielorussia), rassomiglia ormai ad un’invasiva ed inarrestabile metastasi tumorale. Quattrocento insegnamenti sono il simbolo più visibile della disfatta. Ma come spiegare ai peggiori sordi, quelli che non vogliono udire, che un Corso di laurea non può e non deve essere una replica di un Dipartimento, e che i problemi di visibilità (ahi, il berlusconismo inconsapevole!) non toccano davvero la sovraesposta e potentissima italianistica, bensì semmai i colleghi che, insegnando impopolarmente materie filologiche difficilissime e di lentissima acquisizione come il latino ed il greco, avrebbero bisogno del generoso soccorso dei più fortunati e numerosi colleghi italianisti, anche per far quel numero che purtroppo in accademia è potenza, in tutti i sensi.

E che dire poi del pauroso degrado della didattica, oramai preoccupata solo di inseguire al ribasso l’abissale ignoranza di un pubblico distratto, inerte e del tutto privo di quel logos (nella sua triplice accezione di ragione, parola, e metodo) senza il quale non v’è insegnamento superiore? Finte lezioni di livello elementare su argomenti sempre uguali, finti esamucci conniventi scombiccherati su poche decine di paginette fotocopiate, finte tesine di laurea breve che in venti pagine non raggiungono nemmeno l’esiguo decoro di una esercitazione scolastica, finti corsi di laurea specialistica dove la nullità delle basi triennali crea gravissime difficoltà tanto al docente coscienzioso quanto al discente ormai consapevole della propria nullità.

ll risultato di questa catena di finzioni sarà la finzione estrema di falsi concorsi localistici a raffica, ammorbati dal clientelismo familistico così tipico dell’asfittica e reazionaria società italiana (e di quella fiorentina in particolare), che produrranno chiamate fasulle e finti docenti perfettamente a proprio agio nello sfacelo generale, ed anzi famelici di finte cariche accademiche come quelle che ci accingiamo a votare, chiudendo così il circolo perverso.

Ma ormai queste pratiche degradanti sono diventate dei vizi capitali, quelli che Aristotele qualificava come ‘abiti del male’, che derivano dalla ripetizione di atti che, iterati dal singolo e/o dalla collettività, formano nel soggetto un abito, o, come insegna l’Etica Nicomachea, una seconda natura, che inclina l’individuo in una certa direzione.

Occorre con urgenza spezzare questo circolo perverso di degradante abiezione, mettendo al primo posto la questione morale, che è nel contempo questione politica (recidere le spire del regime) e questione culturale, con il ripristino dell’axiocrazia, il potere a chi ne è degno, contro la trionfante anaxiocrazia, il potere degli indegni, che si maschera dietro il pretesto della dilagante burocrazia.

Nelle vostre teste la burocrazia, eliminate le difese naturali della modica quantità, è ormai una droga devastante, che spappola le capacità cerebrali, di relazione, di sentimento, di comunicazione (a sentirvi parlare cadono le braccia!), in una parola l’umanità, sostituita nella nostra Facoltà da una becera e barbarica litigiosità, che degrada tutti a squallidi burattini di regime. Invito dunque a ridare a queste occasioni di rinnovo delle cariche accademiche un alto valore di rifondazione, di rinnovata creazione di ciò che non esiste più, l’Università come comunità di ricerca e di alta didattica.

Su questi punti apro la discussione, con un avvertimento severo. Non voglio sentire né i soliti zelatori di regime, né i soliti balbettamenti burocratici in accademichese, intrisi di sciocchezze e di menzogne. In assenza di queste due regole, meglio andarsene.

Firenze, 14 settembre 2007

Prof. Enrico Livrea- Ordinario di Letteratura greca nell’Università di Firenze - Decano del Corso di Laurea in Lettere