Il maestrino

 

Le nuove famiglie che la Chiesa non vede. Sotto questo titolo il tuttologo e maestrino-à-penser Aldo Schiavone ci impartisce sulla prima pagina di “Repubblica” (con lungo seguito a p. 19) una seriosa lezioncina di etica e sociologia della famiglia per il nuovo millennio. Solo che il Nostro, ormai assurto alle vette d’eccellenza del SUM, dalla supercattedra (o superpulpito?) su cui si è autoinstallato non si limita a illuminare col suo verbo oracolare il lettore comune, ma si rivolge anche alla Chiesa, proprio alla vigilia del Natale, con paterne raccomandazioni.

La profondità dello Schiavone-pensiero è tale che abbiamo qualche difficoltà a riassumerlo: preferiamo citare i passi salienti. Intanto si parte da un dato linguistico: “Quando si dice famiglia, infatti, non bisogna lasciarsi ingannare dalla durata [sic!] della parola (remotissima, con radici più antiche ancora del latino)”; come se “radici più antiche ancora del latino” fossero un’eccezione per le parole italiane, e il latino fosse la più antica, o quasi, delle lingue conosciute. Mai letto, professor Schiavone, lo splendido Vocabolario delle istituzioni indoeuropee del grande linguista Emile Benveniste? E visto che al SUM, tra tante cianfrusaglie, manca un insegnamento di glottologia, non è che per caso aspira lei - avvezzo come ben sappiamo a ricoprire, senza il minimo imbarazzo, più ruoli contemporaneamente - a diventarne il prestigioso titolare?

Detto del colto esordio, andiamo avanti. Un tempo i matrimoni erano combinati e non avevano nulla a che fare con l’amore, sostiene Schiavone, chiamando a testimoni, in ordine sparso, aristocratici dell’antica Roma, nobili fiorentini del Rinascimento e curati di campagna del Seicento, a scelta lombardi o borgognoni (ma non era un curato lombardo dell’epoca anche don Abbondio? Pure lui sarebbe “restato sbalordito” dall’incontro inusitato ai suoi tempi di ‘amore e famiglia’? O è quell’ignorante del Manzoni a falsificare la storia?). Si tratta di una generalizzazione un po’ stolida, ma prendiamola per buona e seguiamo il sottile ragionamento: “se famiglia e amore si intrecciano sempre di più […] come si fa a non chiedersi perché il riconoscimento dell’amore non debba anche prevalere rispetto all’obbligo della diversità di genere - uomini con donne, e non anche uomini con uomini e donne con donne, se si tratta d’amore che vuole gettare basi - oggi per la prima volta socialmente possibili, e che sarebbero rese ancora più forti dalla presenza dell’istituzione? Perché quel primato del dato biologico che sta svanendo altrove nella vita familiare dovrebbe tornare a prevalere per fissare una gerarchia sempre più inattuale fra le forme d’amore?”. In fondo, le varie “forme d’amore”, a partire dal nuovo rapporto ‘borghese’ instauratosi tra amore e famiglia, altro non farebbero che “sviluppare un nucleo originario autenticamente cristiano”. Donde l’accorato appello finale: “La Chiesa non dovrebbe dimenticarlo”.

La Chiesa, nella sua bimillenaria saggezza (pur attraversata da transitori offuscamenti), sa perfettamente che cosa ricordare e che cosa dimenticare, anche senza prestare orecchio a certi superflui consiglieri. E chi propende per forme d’amore non previste dall’attuale diritto matrimoniale può benissimo seguire le sue inclinazioni: nessuno lo perseguiterà per questo né lo additerà al pubblico ludibrio, ma non si vede per qual motivo costui esiga a tutti i costi l’approvazione ecclesiastica. Si pubblicano nel mondo centinaia di riviste pornografiche, che circolano più o meno indisturbate: sarebbe bella che gli editori pretendessero anche l’imprimatur.

E poi, se le nuove famiglie devono fondarsi solo sul fumoso concetto di ‘riconoscimento dell’amore’, per quale pregiudizio etno/eurocentrico Schiavone perora l’ufficializzazione delle unioni omosessuali ma tace sulla poligamia (o, perché no?, sulla poliandria), tranquillamente ammessa dalla cultura islamica e dai mormoni? Non è anche quella una ‘forma d’amore’? E non lo è forse l’incesto? Su quali fondamenti oggettivi potrà mai poggiare il ‘nuovo’ diritto di famiglia auspicato nell’articolo, e quali sbarramenti plausibili si potrebbero porre, in quella logica, contro la prevedibile deriva individualista all’insegna del relativismo etico?

Bel pacchetto d’insulsaggini ci ha fatto trovare sotto l’albero, caro maestrino.

24.12.2007