NOSCE TE IPSUM


Ecco l'elegantissimo cartoncino che annuncia la 3-giorni-3 (vi par poco?) del
prof. Paolo Grossi:

"Uno storico del diritto alla ricerca di se stesso": sarà una formula autoironica, o un esempio (da manuale) di sprezzo del ridicolo?
Uno screanzato - c'era da aspettarselo - non si è lasciato sfuggire l'occasione per sghignazzare: "Alla ricerca di se stesso? E a chi può interessare? Paolo Grossi è un docente stimato, ma non certo una star internazionale. Non è, diciamolo francamente, un Umberto Eco, la super-foglia-di-fico - o di strafigo, come dicono i ragazzi - del sedicente Centro d'Eccellenza. E poi, se il brav'uomo non si è trovato a settant'anni suonati, non gli rimane che la ricerca di una bella casa di riposo. Dove avrà tutto il tempo per proseguire la sua tormentata introspezione".

Ho subito ribattuto che la spiritosaggine era irriverente e fuori luogo, che in quella ricerca c'è una colta allusione allo gnothi sautòn, al nosce te ipsum, alla queste infinita di Perceval…

"Sì, ma Perceval era appena adolescente", ha replicato gelido il mio interlocutore, screanzato sì, ma non incolto. "E non cercava se stesso, cercava la Verità-Graal".

"Oddio, ci risiamo con la paccottiglia esoterica del Codice da Vinci", ho subito protestato.

"Ma no, tu conosci benissimo il romanzo di Chrétien de Troyes", ha proseguito lo screanzato, un po' infastidito. "Perceval, il 'figlio della vedova', è cresciuto ignaro di tutto, segregato dal mondo, perché sua madre vive nel terrore di perderlo. Finché un giorno, per caso, il ragazzo incontra dei cavalieri, ne rimane affascinato e parte. Anche lui vuol diventare cavaliere. E ci riesce benissimo: in poco tempo diventa il più valoroso cavaliere del mondo. Ma quando, nel castello del Re Pescatore, ha la visione che dovrebbe dargli l'ultima risposta, Perceval fallisce. Fallisce perché non fa la Domanda: resta muto, e il mattino seguente tutto è ormai svanito.
Bene: tu sai meglio di me quante interpretazioni - alcune intelligenti, altre deliranti - si sono date di questo racconto. Secondo me, Perceval è l'anima "semplicetta, che sa nulla" ed è ansiosa di sapere. Impara tutto quello che c'è da imparare, si riempie di scienza; ma la scienza, per l'uomo del medioevo, è ben distinta dalla Sapienza: non può disvelare la Verità. Perceval ha la scienza, ma non ha la carità: quando se n'è andato alla ventura, per inseguire il suo sogno cavalleresco, ha visto crollare sua madre, schiantata dal dolore, ma non è tornato indietro. Ha anteposto il sapere all'amore, e questo gli preclude l'accesso alla Sapienza. 'Se anche parlassi tutte le lingue degli uomini e degli angeli, se non ho la carità, non sono che un cembalo risonante…; e quand'anche conoscessi tutta la scienza, se non ho la carità nihil sum', dice san Paolo (no, non alludo, è scritto con la minuscola!).
Proprio questo ci vuol far capire Chrétien, dotto chierico che costruisce i suoi romanzi intorno a un nucleo dottrinale celato nell'involucro accattivante di fabulae ricchissime di fantasia e di magiche suggestioni. Questa, del resto, è la cultura medievale, che non disgiunge mai il dilettevole dall'utile (utile, s'intende, alla salvezza dell'anima): salvo nel momento dello sberleffo, della trasgressione, che esiste, eccome, perché nei cosiddetti secoli bui il livello di tolleranza non è affatto inferiore a quello di epoche 'illuminate', anzi! E lascia dir gli stolti, come dice Dante.

"Bella lezione" - ho detto ridendo e strizzando l'occhio allo screanzato -"quasi degna del SUM!"

"Ma figurati! Quelli sono tutti accademici: dei Lincei, della Crusca, della Polpetta Riciclata. Io invece, come Giordano Bruno (speriamo di non fare la stessa fine), sono accademico di nulla Accademia e me ne vanto. Voglio aggiungere un'ultima osservazione: i chierici del medioevo, pur convinti che la scienza non basti per attingere il mistero escatologico, la tengono in altissima considerazione. Lo storico del diritto, che conosce in profondità il pensiero medievale, lo sa bene. E credo che anche i suoi discepoli, più che alla sua queste personale, siano interessati alla sua scienza".

"Su questo non c'è dubbio, ma anche il percorso intellettuale di un maestro può essere istruttivo".

"Vero. Ma è proprio questo il punto. È mai possibile che un maestro del diritto non ravvisi niente di discutibile nelle procedure di costituzione del cosiddetto Centro d'Eccellenza che lo ospita, niente di men che corretto nel sistema di cooptazione del corpo docente? È tutto specchiato, tutto perfettamente in regola? E se qualche magagna c'è, perché l'insigne giurista va a legittimare un'istituzione non impeccabile? Quale esempio di onestà intellettuale e di rigore morale propone ai giovani? Non avalla piuttosto i consueti mezzucci dell'italica furbizia, le strategie spregiudicate di personaggi influenti e ben ammanicati con politicanti di vario colore, insomma il peggio di una subcultura del potere e dell'arraffare (posti, soldi, cariche prestigiose) che sarebbe meritorio spazzar via?".

"Non ti posso dar torto. Ma per spiegare certi meccanismi psicologici, ti voglio citare un brano illuminante. Tracciando la storia di un'associazione segreta tuttora esistente, e interrogandosi sulle ragioni della sua diffusione nella Francia del Settecento, uno studioso francese scrive:

les roturiers se sentaient flattés d'approcher familièrement en Loge les membres de la caste privilégiée, et l'agréable chatouillement que ressentait leur vanité satisfaite leur rendait les tenues encore plus chères.

Sentirsi eccellenti fra eccellenti lusinga, gratifica, ripaga delle tante frustrazioni della vita, accademica e non. Nihil sub sole novi, come recita il Qohelet…".