Pappagalli in batteria

ovvero: quale didattica senza ricerca?

 

 

                  All’o.d.g. del C.d.F. di Lettere del 18.4.07 è stato allegato un documento - redatto dal prorettore vicario Alfredo Corpaci, approvato dal Senato accademico nella seduta dell'11.4.07 e trasmesso a tutto il corpo docente dell'ateneo fiorentino, nella versione definitiva, in data 14.5.07 - concernente Compiti e regole di utilizzazione dei professori e ricercatori universitari. Colpisce subito negativamente, in questa specie di mansionario, la scarsità dello spazio riservato all’Attività di ricerca scientifica (sì e no una mezza cartella) rispetto a quello dedicato all’Attività didattica (più di 13 cartelle); non solo perché il collegamento tra le due attività e la stretta dipendenza della qualità dell’insegnamento dalla ricerca dovrebbero essere a tutti evidenti, ma anche per la specificità che da sempre distingue l’istituzione universitaria da ogni altra istituzione scolastica. Gli atenei sono il luogo dove si elabora il pensiero, dove si crea il sapere scientifico, non il luogo della ripetizione del già detto e dell’insegnamento fondato sul ‘manuale’.

 

                  Ma questo iniziale stupore si trasforma in autentica preoccupazione quando si arriva al punto 2.2, dedicato alla Quantificazione dell’impegno didattico. Qui l’estensore del documento avanza un’interpretazione discutibile dell’art.10 del D.P.R. 382/80: enunciato infatti l’art. 10 di detto D.P.R. laddove esso “prescrive un impegno didattico non inferiore a 350 ore per i professori a tempo pieno”e “un impegno massimo di 350 ore” per i ricercatori a tempo pieno, l’estensore afferma che “il tenore letterale della norma che riguarda i professori, oltre che il confronto tra questa [...] e quella sui ricercatori [...] fanno ritenere che la quantificazione dell’impegno didattico dei professori, fermo il minimo individuato dalla legge, sia rimessa all’autonomia degli Atenei”.

 

               A tale affermazione si potrebbe ragionevolmente obiettare che la definizione del tetto minimo di ore per i professori era conseguente alla considerazione che certe discipline con un numero alto di studenti richiedono un impegno didattico (esami, tesi, relazioni, seminari, ricevimento) spesso largamente maggiore alla 350 ore richieste, mentre altre discipline con numero esiguo di studenti potrebbero anche richiederne uno minore, cosa che evidentemente il legislatore non intendeva consentire. Diversa era, in questa prospettiva, la logica che guidava alla prescrizione di un impegno massimo di ore per i ricercatori, la cui preminente attività di studio e ricerca si riteneva, a ragione, non dovesse esser limitata oltre un certo numero di ore (appunto 350) dall’espletamento dell’attività didattica.

                 Nonostante la sua palese opinabilità, l’interpretazione avanzata al punto 2.2 viene ripresa dall’estensore del documento (punto 2.3) a giustificazione di un presunto ‘obbligo’ “per i professori già in servizio” al momento dell’emissione della legge 4 novembre 2005, n. 230, “di prestazione di didattica ‘frontale’ in ipotesi corrispondente alla misura indicata dalla [...] normativa” sancita da tale legge. Si può osservare al riguardo come il “diritto per quanti siano in servizio al momento della entrata in vigore [della legge 4 novembre 2005, n. 230] di conservare lo stato giuridico ed il trattamento economico in godimento” venga citato nel documento non già nella prospettiva di “una definizione di didattica ‘frontale’ sufficientemente ampia da comprendere, accanto alle ‘lezioni’, quelle altre e variegate forme in cui si può articolare [...] l’attività di insegnamento”, bensì con la trasparente intenzione di gettar le basi per un aumento - peraltro già più volte ventilato - del numero delle ore di ‘lezione’. Aumento che, senza una radicale controriforma dell’organizzazione didattica e del calendario d’esami, ridurrebbe fino ad azzerarlo il tempo da dedicare alla ricerca, con gli effetti facilmente prevedibili (scadimento del livello scientifico e, di conseguenza, didattico).

                   Appare francamente intollerabile l’idea di un obbligo didattico che impegni ogni professore a 4 moduli, ossia a ben 4 corsi diversi (!) per complessive 120 ore ‘frontali’, e ancor più assurdo l’impegno di frequenza richiesto agli studenti, per non parlare dell’eccesso di offerta didattica che rischia di precipitare nel caos facoltà, come quella di Lettere, già afflitte da questo problema. E visto che si cita sempre l’esperienza internazionale, perché non si dà un’occhiata alle vicine università francesi, per verificare, ad esempio, se lì esiste la prassi del secondo e del terzo appello, che costringe molti docenti a interminabili, faticosissime sedute d’esami? Va da sé che l’incidenza negativa degli eventuali 4 moduli sull’attività di ricerca si farebbe sentire soprattutto nell’ambito delle discipline più frequentate, i cui docenti, dato l’alto numero di studenti e laureandi, già sono impegnati didatticamente ben oltre il limite di legge.

                   Dunque, il progetto che trapela dal documento desta allarme proprio in quanto appare strettamente correlato allo scarso rilievo ivi attribuito all’attività di ricerca e orientato verso un’ulteriore liceizzazione dell’istituzione universitaria, cui si contrappone ormai l’incontrollato e altrettanto nefasto proliferare delle cosiddette “Scuole di alta formazione”, che sembrano invece disdegnare, dall’alto della loro autoproclamata eccellenza, qualsiasi disposizione vincolante in merito all’obbligo didattico dei docenti.

              Maria Carla Papini

                 Prof. ord. di Letteratura italiana moderna e contemporanea

                 Università di Firenze  

 

 

 

Postilla 18.05.07.   Sull'argomento si è aperta nel frattempo un'accesa discussione. In una lettera inviata al Ministro dell'UR, al Presidente del CUN, al Presidente della CRUI e ai Rettori, il Presidente del CIPUR, prof. Vittorio Mangione, osserva che l'interpretazione estensiva della norma (giudicata "gravemente erronea e fuorviante"), priverebbe d'ogni significato il comma 19, art. 1 della legge n. 230.05, confliggendo, inoltre, sia con la tutela dei diritti acquisiti in ambito lavorativo (art. 2077, 2° comma c.c.), sia col noto divieto di reformatio in peius più volte sancito in materia di pubblico impiego. La lettera si conclude col rilievo che  l'indebita imposizione di obblighi lavorativi "potrebbe innescare, oltre a decise azioni sindacali, una serie di pesanti iniziative giudiziarie anche con finalità risarcitorie" .

Sembra peraltro difficile contestare la ragionevolezza della risposta (che qui accludiamo) del Rettore dell'Università di Bari alla protesta espressa dal Presidente del CIPUR:

 

Come al solito, gli Atenei stanno procedendo in ordine sparso: chi imponendo l'obbligo delle 120 ore 'frontali'  fin dal prossimo anno accademico, chi temporeggiando, a conferma dello stato confusionale in cui versa l'università italiana grazie alla scellerata 'autonomia'. Almeno su questo punto, sarebbe doveroso applicare una normativa unica, stabilita in sede ministeriale.

                                                                                                                       L. L.