I PIAGNONI

 

Inaugurazione dell’a.a. 2007- 2008 a Firenze. Stavolta il rettore Marinelli, visto che la clamorosa protesta dell’anno scorso (niente quattrini dal Ministero, niente inaugurazione) gli aveva portato solo critiche, sberleffi e antipatie al Miur, ha pensato bene di lasciar da parte i bellicosi propositi e di procedere a regolamentare cerimonia alla presenza del mite (in apparenza) Francesco Rutelli, anziché del burbero Mussi. Nell’occasione il rettore - c’era da aspettarselo - ha ricominciato la solita geremiade: “Il bilancio d’ateneo presenta ancora oggi gravissime difficoltà la cui prima causa è legata alla mancata copertura degli incrementi automatici del costo del personale. Le nostre difficoltà finanziarie sono frutto di scelte esterne su cui l’università ha avuto e ha solo marginali capacità d’incidere”. Che equivale a dire - commenta oggi 27 novembre la “Repubblica” - “se l’università è in crisi, colpa del governo”.

Tutti sanno che col dissesto spaventoso dell’ateneo fiorentino non c’entrano nulla la megalomania edilizia e la proliferazione scriteriata dei corsi di laurea, con annessa distribuzione di contratti e contrattini a pioggia; men che meno c’entra la generosa elargizione di concorsi locali che hanno prodotto i cosiddetti ‘scorrimenti’ generalizzati delle carriere: in sostanza, promozioni in massa del personale docente al livello superiore. A costo zero, si millantava. Infatti: appena si è giunti alla ricostruzione delle carriere dei neopromossi, le finanze dell’università sono andate in tilt. E se per qualcuno l’avanzamento era strameritato, altri che ora si pavoneggiano nella fascia degli ordinari sarebbero giustamente andati in pensione col grado di ricercatore quando l’università era una cosa seria e non l’odierna casa di malaffare (secondo l’efficace espressione del ministro in carica). Intanto, al grido di dolore di Marinelli che bussa a quattrini, pare che Rutelli sia rimasto del tutto insensibile. Oggi i quotidiani riportano l’intervento - interamente condivisibile - di Alessio Branciamore, rappresentante degli studenti (di sinistra) nel senato accademico: “Basta con i nepotismi e i concorsi truccati”; basta anche “con le eccessive spese per il personale docente e gli sforamenti a tutti i limiti finanziari di legge”; “non è ammissibile che il nostro ateneo abbia un deficit di 57 milioni di euro, di cui 25 strutturali” (e di sicuro il calcolo non pecca per eccesso).

Come si diceva, la politica demagogica dell’allargamento a dismisura della cosiddetta ‘offerta formativa’ ha avuto un ruolo considerevole nello sfacelo. Nella facoltà di Lettere, per esempio, è arrivato di tutto: dalla letteratura bulgara a quella albanese, e poi il turco e il finlandese; la storia della canzonetta, quella della TV e il marketing dello spettacolo. Tanto per fare qualche esempio, vi s’insegna anche giornalismo, diritto, informatica, disegno industriale, creazione di collezioni di moda; e ancora gemmologia, tecniche fotografiche e persino metallurgia. Una maionese impazzita. Che senso ha, in questa Babele, la sopravvivenza delle facoltà? Si abbia almeno il buon senso di sopprimerle, trasferendo ai corsi di laurea le residue competenze del consiglio di facoltà.

Di questa corsa forsennata al nuovo, al moderno, a “quello che offre sbocchi occupazionali” (spesso illusori) hanno fatto le spese non solo le scassatissime finanze dell’ateneo, ma anche le povere, vecchie, gloriose discipline ‘dure e pure’. Le filologie, per esempio: spauracchio degli studenti che s’iscrivono a Lettere senza sapere una parola di latino e sperano di uscirne altrettanto digiuni, cenerentole viste con malcelato fastidio (“a che servono”?).

Qualche statistica eloquente. Nel raggruppamento concorsuale ‘Filologia romanza’ (disciplina che a Firenze ha una tradizione particolarmente illustre) erano inquadrati, nei primi anni ’90, ben otto docenti: a Lettere due ordinari (d’Arco Silvio Avalle - fuori ruolo-, Lucia Lazzerini), un associato (Giancarlo Breschi) e un ricercatore (Lino Leonardi); a Magistero un ordinario (Giorgio Chiarini) e ben tre ricercatori (Manuela Innocenti, Simonetta Mazzoni e Anna Maria Saludes). Oggi, nell’ateneo fiorentino, la materia è ridotta ai minimi termini (Lucia Lazzerini ordinario, Manuela Innocenti ricercatore; peggio, in tutta Italia, sta solo l’università del Piemonte orientale, ma ovviamente diversa è la storia e diverso il numero di studenti, che a Firenze sono legioni).

Non godono di miglior salute né la Filologia germanica (negli anni ’80, a Magistero insegnavano Giulia Mazzuoli Porru e Giovanna Princi Braccini, rimasta ora la sola docente dell’ateneo; a Lettere, Piergiuseppe Scardigli, Nicoletta Francovich Onesti e Fabrizio Raschellà) né la Filologia dantesca: ben tre docenti a Lettere negli anni ’70 (Francesco Mazzoni, Rosetta Migliorini Fissi, Leonella Coglievina), un solo ricercatore attualmente (Rudy Abardo).

Ma qui non ci sono problemi. Ora la Filologia dantesca la insegna il grande Benigni, forte della laurea honoris causa in Filologia italiana conferitagli dalla nostra università. Poco importa che Giorgio Inglese, professore di Filologia italiana a Roma, sul “Sole24ore” abbia richiamato l’attenzione sulla soglia di ‘competenza minima’ di chi voglia spiegare Dante: l’italiano antico non è una bazzecola, e gli strafalcioni, vengano da Benigni o dalla più ciuca delle matricole, restano strafalcioni. Poco importa che Vittorio Sermonti abbia messo in guardia da una trivializzazione opportunistica lontanissima dallo spirito dantesco; poco importa che l’accento pratese, inquinato anche da inflessioni aretine, del giullare del Vergaio evochi irresistibilmente in qualche fiorentino l’invettiva sprezzante di Cacciaguida contro i tangheri calati dal contado di Campi, di Certaldo, di Figline a imbastardire la razza pura della ‘cittadinanza’ (per tacere del “puzzo / del villan d’Aguglion, di quel da Signa” che ammorba la città. Altro che politically correct, caritas e tolleranza!).

Poco importa. L’audience prima di tutto: è la legge dello spettacolo. E ormai sembra anche quella di un’università malata che si è messa ad arrancargli dietro come un cane zoppo, guercio e spelacchiato.