Sappiamo bene che questa lettera del collega Livrea avrà su molti l'effetto di un pugno nello stomaco. E tuttavia oportet ut scandala eveniant. Nessuno potrà negare che i problemi qui affrontati a viso aperto, senza circonlocuzioni, eufemismi o litoti, esistano e siano gravissimi; che altrettanto reali siano certe insostenibili situazioni, vissute dalle vittime con privata e rassegnata sofferenza ma sempre occultate dall'ipocrisia e dal cinismo delle cricche dominanti; che l'organizzazione di mobbing strisciante e lo spargimento di veleni diffamatori siano il passatempo prediletto di certi habitués dei corridoi, ai danni di chi, troppo impegnato nella ricerca e nella didattica per dedicarsi all'orditura di squallide trame e alla conquista di ridicoli potentati, non può difendersi dai serpenti che latent in herbis. Della presenza opprimente di poteri occulti in facoltà - o meglio: in ateneo; ma diciamo pure in questa degradata, rissosa, ottusa e culturalmente arretratissima 'Firenzina' mai affrancatasi dalle peggiori tradizioni di loggia - si sono ormai accorte anche le pareti di cartongesso che, nella sciagurata architettura di piazza Brunelleschi, surrogano i muri per separare i vari loculi; e anche questa percezione è fonte di profondo disagio. Ciò detto, ricordiamo che il sito è aperto a qualsiasi replica o contraddittorio.

 

ET APERUIT PUTEUM ABYSSI

Che la Facoltà di Lettere dell’Università di Firenze sia la negazione di Dio eretta a facoltà è triste realtà fin troppo nota ai lettori di www.ateneopulito.it. Qui vogliamo esplorare, armati soltanto di coraggio e di onestà intellettuale, il girone forse più basso di quest’inferno, che è rappresentato dal Dipartimento di Scienze dell’Antichità pomposamente quanto sacrilegamente intitolato al grande Giorgio Pasquali, il quale inorridirebbe se potesse vedere com’è ridotto a Malebolge quello che fu il tempio della classicità. Tutte le cinque emergenze che caratterizzano in negativo la sciagurata e sgovernata facoltà si ritrovano al peggio in questo suo segmento in stato comatoso: emergenza morale, emergenza edilizia, emergenza didattica, emergenza burocratica, emergenza mediatica.

1) Poniamo al primo posto l’emergenza delle emergenze, quella morale. I mali che imperversano nell’ateneo fiorentino - familismo, clientelismo, localismo, poteri occulti - si ritrovano tutti, in barba ad improvvisati quanto inconsistenti ‘codici etici’, nel nostro Dipartimento in misura così brutalmente paradigmatica da suggerire di aprirlo in visita ai nostalgici del socialismo reale o del nazifascismo. Fino a 14 (dico quattordici!) docenti legati da rapporti di parentela (ora, per morti, pensionamenti, migrazioni un po’ meno) renderebbero ogni delibera del Consiglio, se fossimo in un qualsiasi paese civile europeo, del tutto nulla per manifesto vizio d’incompatibilità e per quel conflitto d’interessi di cui la furbesca ignoranza italica sembra infischiarsi a ogni livello. In un settore chiave quale quello del greco, che un tempo era riconosciuto come punto di riferimento imprescindibile dal mondo intero grazie a studiosi insigni quali Vitelli, Pasquali, Bignone, vediamo imperversare una pletora di ben otto epigoni, tutti della stessa matrice accademica, sempre pronti a far blocco per asfissiare, opprimere, prevaricare l’unico grecista di ben diversa provenienza e caratura. Ovviamente tutti gli allievi, spesso di eccezionale competenza e produttività, da quest’ultimo formati con infiniti sacrifici pluridecennali, sono stati costretti dalla finta indifferenza o dalla palese persecuzione dei ‘magnifici otto’ a disperdersi in altre università italiane (dove, con l’aria che tira, campano una vita assai grama) o all’estero, dove uno di loro ha appena vinto un Ordinariato in Francia. Che la mediocrità di questa 'idilliaca' famiglia abbia contribuito in modo determinante alla deprecata fuga dei cervelli non meraviglia o indigna nessuno, né alcuno tenta di spezzare le catene del malaffare accademico. La totale assenza di una vita democratica nel Dipartimento si concreta nello stanco rituale di elezioni alle cariche direttive che promuovono sempre un candidato unico, il cui unico merito deve essere quello di assicurare ad ogni costo lo statu quo più immobilistico e reazionario, che fa gola a troppi maneggioni profittatori. Del resto, come potrebbe avere anche solo un minimo sentore di democrazia un Dipartimento i cui membri provengono quasi tutti da tre matrici (epigoni dell’allievo di un nazista trucidato a Dongo, creature di un vecchio comunista mai pentitosi, peones caudatari di un vecchio massone) che della democrazia sono l’antitesi, essendosi sempre e comunque nutrite dell’ossequio a riconoscibilissimi poteri occulti? Chi a suo grave rischio si rifiuta di contaminarsi con simil lordura viene colpito dal marchio dell’indegnità e dell’infamia, gli si fa muro contro, gli si orchestrano contro turpi campagne diffamatorie, e soprattutto - secondo la tipica prassi delle società mafiose - lo si evita e lo si ignora come un appestato. Succede così che studiosi di riconosciuto prestigio internazionale ricevano meno fondi di ricerca di sconosciutissimi vetusti ricercatori assoldati dalla cosca; che a un ‘reprobo recidivo’ s'impedisca per diciotto anni addirittura di professare la titolarità della sua materia, dirottandolo su binari morti; che si sdoppino cattedre e si chiedano nuovi posti di ricercatore senza nemmeno consultare il titolare della cattedra in questione; che si stabiliscano relazioni a dir poco sospette col peggio dell’accademia italiana per pilotare i concorsi locali blindando il ‘diritto’ del mediocre candidato locale a un inutile scorrimento; che l’età media dei docenti espressi da questo regime obbrobrioso superi ormai di molto i sessant’anni; che per avere il grazioso permesso di pubblicare un papiro occorra esibire qualcosa di molto simile a una tessera piduista; e si potrebbe continuare di nefandezza in nefandezza.

2) Non a caso è proprio in questo dipartimento che gli effetti perversi del regime si concretano in una gravissima emergenza edilizia. Cinquanta e più persone costrette ad ammassarsi in locali che sarebbe eufemistico definire inadeguati ed impropri, tra cui spiccano per orrore i claustrofobici cubicoli, tutti scrostati e sempre o troppo torridi o troppo gelidi, dove quasi tutti svolgono quotidianamente la loro attività di ricerca, di contatti con gli studenti, di esami. E che dire poi dell’unica toilette, un rudere cinquantenario mai restaurato, il cui sfasciume e sporcizia raggiungono un tasso di pericolosità tale, che l’Ufficio d’Igiene dovrebbe decretare la chiusura del dipartimento? E della hall adorna di schifosi pancacci carcerari e priva perfino di un attaccapanni, rifugio come i lerci corridoi di una fauna temibilissima di ladruncoli, di scippatori di libri, di drogati, e nel migliore dei casi di studenti bivaccanti fra resti di cibarie? La somiglianza con un centro sociale dei dissolti regimi dell’est è tanto impressionante da suggerire una spiegazione tendenziosa: la volontà di mantenere i locali in questo stato penoso non esprimerà il sovrapporsi, nella zucca dei capocosca, della mentalità stalinistica con il pauperismo dei regimi di estrema destra, insomma sintesi di gulag e lager?

Eppure, basta visitare anche soltanto le università confinanti (ma nemmeno lì i colleghi pesci-in-barile sembrano mai essersi recati) come Pisa, Siena, Bologna, per rendersi conto che con gli stessi fondi a disposizione si è stati capaci di creare delle realtà di Antichistica non solo gradevoli, ma accoglienti e atte a incoraggiare la ricerca scientifica anche con la funzionalità e il prestigio delle strutture. I fiorentini preferiscono invece (e dovrebbero spiegarci il perché, deponendo per un attimo la loro ridicola spocchia) voltolarsi perpetuamente in un letamaio.

3) Non si vorrebbe qui affrontare la questione spinosa della didattica (un dipartimento, si sa, è deputato a gestire la ricerca) se non si fosse costretti a farlo dal tracimare dell’ignoranza e dell’indifferenza che finirà per sommergere lo sventurato Pasquali. Ai poco accoglienti tavoli della slabbrata e lacunosa biblioteca sedevano, anni fa, non solo tanti illustri studiosi immersi nella ricerca, ma anche tantissimi giovani che, stimolati dalla qualità dell’insegnamento ricevuto, si cimentavano con coraggio ed entusiasmo sull’ardua via della scienza. Oggi non si vede quasi più nessuno; i professori, almeno quei pochi che hanno ancora velleità scientifiche, preferiscono esercitarle a casa propria o pendolare con altre ben più fornite e funzionali biblioteche; gli studenti, pochi e tutt’altro che buoni, vengono per preparare ridicoli esamucci scombiccherati su poche fotocopie, per redigere finte tesine di laurea triennale, o per rendersi conto - se vogliono affrontare la laurea magistrale - che, fatte salve rarissime eccezioni, non sanno nulla perché nessuno ha insegnato loro la fatica dello studio, il peso dell’impegno, il fecondo tormento della ricerca. Come potrebbe esser diversamente, se la quasi totalità della classe docente disponibile è il frutto perverso dello sfacelo sopra descritto, culminante nei finti concorsi locali riservati ai leccapiedi di regime?

4) Tra le stimmate più inconfondibili del regime, la più ulcerosa e fetida è quella rappresentata dalla burocrazia, dilagante a ritmi e intensità oppressiva da Basso Impero. Non bastano i consigli assembleari a pioggia (di dipartimento, di corso di laurea, di facoltà, di commissione anche per spostare una sedia etc., laddove in tutte le università del mondo è stato da tempo scoperto il sistema rappresentativo-parlamentare): ci sono anche le infinite discussioni sul nulla, molto fiorentine, dove ognuno esibisce ipocritamente e con la dovuta albagia il suo cervellino da azzeccagarbugli per ‘dare un contributo’ a decrittare le amenità ministeriali, rettorali e presidenziali, ricorrendo per l’occasione a uno sciatto e pretenzioso burocratese in cui si rispecchia una totale assenza di cultura e di umanità, oltre che disprezzo per la lingua di Dante. Tutto ciò avviene in quello che dovrebbe esser il sancta sanctorum degli studia humanitatis; anzi chi per decenza morale e autodifesa fisica si rifiuta di partecipare viene bollato come pericoloso sovversivo che mette in crisi la stabilità incrollabile del regime, mentre gli altri esibiscono di credere in una palingenesi burocratica perpetua che dovrebbe risolvere tutti i problemi (e invece affossa irrimediabilmente le istituzioni).

5) Che questa spaventosa situazione crei un’emergenza mediatica, ben sa chi vede con sgomento l’università di Firenze sempre più in basso nel rating internazionale, nonché stigmatizzata dai più prestigiosi periodici e quotidiani nazionali come un covo di corruzione e di degrado. Sul piano dipartimentale, questo squallido e avvilente descensus ad inferos si percepisce nella scomparsa di quella qualificata frequenza di studiosi internazionali che in tutto il mondo connota le istituzioni dove si produce e si trasmette cultura. Perché mai si dovrebbe venire a studiare nel letamaio di Via degli Alfani, che si fa fatica a mascherare sì da renderlo accettabile ai pochi studiosi di vaglia che ancora vengono a tenervi conferenze o seminari?

Come reagiscono i membri del dipartimento di fronte a una simile disfatta? La maggior parte, fingendo di non vederla per continuare a coltivare meschini privilegi e squallide posizione di micropotere locale, e anzi chiudendosi a riccio non appena si tocca l’argomento del regime dei poteri occulti e delle sue funeste conseguenze. Sarebbe davvero una patente eccessiva di nobiltà per questi mediocri e spesso sinistri figuri paragonarli ai douloi del mito platonico, i prigionieri nella caverna che scambiano per realtà le pallide ombre proiettate sullo sfondo da una luce esterna che non hanno mai conosciuto e che non potranno conoscere.

Prof. Enrico Livrea (md5761@mclink.it)

Ordinario di Letteratura Greca nell’Università di Firenze

Decano del Dipartimento di Scienze dell’Antichità ‘Giorgio Pasquali’