Caro Rettore...(bis)

 

 

È ormai passato quasi un mese dalla pubblicazione della lettera aperta con cui Antonio Brancasi e Carlo Marzuoli, professori ordinari di Diritto amministrativo nell’università di Firenze (vedi in questo sito: Caro Rettore…, nel sito  www.ateneofuturo.it Lettera aperta al Rettore  e nel sito   www.rinnovareleistituzioni.it : Università e legalità), segnalavano al rettore le incongruenze della sua relazione di bilancio. Non si trattava di quisquilie: erano contestati, con puntuale documentazione, i dati statistici contraddittori, le previsioni di entrate da libro dei sogni (e, per di più, smentite da controlli incrociati), gli investimenti milionari nell’azienda agricola di Montepaldi.

Ma se  de minimis non curat praetor, nec  de minimis nec  de maximis curat rector. Arroccato nella sua autocratica atarassia, Marinelli sorvola le marette accademiche e mediatiche con l’abilità di quei surfisti californiani che rispuntano in perfetto equilibrio sulla loro tavola da onde alte sette metri. Ha emesso un comunicato in cui controbatte le critiche e le preoccupazioni espresse dai verdi sullo spaventoso dissesto finanziario dell’ateneo, riconoscendo che la situazione non è delle più floride, ma respingendo sdegnosamente qualsiasi responsabilità. Agli autorevoli colleghi, invece, non si è degnato di replicare pubblicamente: ha ritenuto di poter chiudere il caso con una lettera privata in cui, rispolverando la sua monocorde apologia, rinvia le critiche al mittente.

Ora, con un’altra lettera aperta che qui riportiamo integralmente (qualche brano è citato dalla «Repubblica» di oggi 12.6.2007, cronaca di Firenze, sotto il titolo Confronto pubblico sui conti dell’ateneo), i due docenti passano al contrattacco:

   

 

Caro Rettore,

 

in assenza di un Tuo riscontro sulla possibilità di rendere pubblica la Tua del 22 maggio c.a. e, d’altra parte, in assenza anche di quel Forum la cui istituzione avevi promessa nella lettera del 1° marzo c.a., ci troviamo costretti a riassumere il contenuto della Tua già citata lettera del 22 maggio c.a. per poterTi pubblicamente replicare. Nella sostanza ci dici quanto segue:

a) che nel momento in cui l’Università è oggetto di tante critiche, spesso ingiuste, vi è bisogno di un atteggiamento solidale;

b) che i temi e le decisioni su cui Ti abbiamo interpellato sono stati oggetto di delibere dei competenti organi, ampiamente discusse, rese pubbliche e sottoposte al vaglio del Nucleo di valutazione e del Collegio dei revisori dei conti;

c) che l’azione di governo di questi anni non può essere valutata senza considerare la situazione dell’Ateneo negli anni ’90 ed il contesto nazionale del sistema universitario;

d) che, come da Te in più occasioni ripetuto (cfr., da ultimo, “Il Sole-24Ore” del 5/6/2007), i problemi finanziari dell’Ateneo fiorentino non presentano alcunché di diverso da quelli di qualsiasi altra Università italiana e sono essenzialmente dovuti al mancato finanziamento, da parte dello Stato, dell’aumentato costo del personale.

 

Permettici di osservare che tutto quanto sopra non è pertinente rispetto agli interrogativi da noi sollevati. Infatti non abbiamo contestato la legittimità delle delibere, né abbiamo posto questioni di responsabilità, ma ci siamo limitati a chiedere chiarimenti ed elementi per poter valutare la plausibilità della Tua analisi circa le cause dell’attuale crisi finanziaria e dei rimedi da Te prospettati. Ed è stato proprio uno spirito di solidale collaborazione, come quello da Te evocato, a suggerirci di rivolgerTi tali domande, in quanto la plausibilità dell’analisi e la praticabilità effettiva dei rimedi sono strettamente legati. Concorderai con noi sul fatto che riversare l’intera responsabilità sullo Stato, in mancanza di elementi pienamente convincenti, non è il modo più adatto per chiedere quegli ingenti finanziamenti che Tu stesso ritieni indispensabili per il nostro Ateneo.

Inoltre, e più in generale, non intendevamo fare questione delle politiche di questo o di quel Rettore, ma volevano porre interrogativi che sono indispensabili per valutare l’assetto complessivo del sistema di governo dell’Ateneo ed il ruolo che esso può aver svolto in relazione all’attuale situazione. Interrogativi destinati ad essere completamente elusi da una spiegazione che faccia riferimento esclusivamente a fattori esterni (quali, appunto, il mancato adeguamento dei finanziamenti statali) e che invece sono di fondamentale rilievo specialmente nel momento in cui ci si accinge a voler modificare lo Statuto.

Nella Tua lettera dichiari, infine, la disponibilità a “chiarimenti diretti”. Se intendi proporre chiarimenti a livello personale, non è ciò che Ti abbiamo chiesto né è ciò che ci interessa. Se, invece, proponi chiarimenti in forme ed in sedi pubbliche, non possiamo che rallegrarcene e restare in attesa delle iniziative che vorrai intraprendere.

 

Con i migliori saluti,

 

Antonio Brancasi                                                                     Carlo Marzuoli

prof. ord. di Diritto Amministrativo                                                              prof. ord. di Diritto Amministrativo

presso la Facoltà di Giurisprudenza                                                         presso la Facoltà di Giurisprudenza

 

 

 

Alle pubbliche obiezioni dei due amministrativisti il rettore ha dunque dato una (privata!) risposta che riprende l’abituale strategia difensiva del narcisismo piagnone (per dirla con Robert Hugues, The Culture of Complaint, 1993; trad it. La cultura del piagnisteo, Milano 1994). Per farla breve, la colpa dei nostri guai è solo del mancato finanziamento governativo. Poco importa che altri atenei, pur alle prese con risorse altrettanto inadeguate, non versino in condizioni così drammatiche, smentendo di fatto l’unico argomento addotto a giustificazione di una gestione disastrosa sotto ogni aspetto, compreso quello etico. Tutti ricordano la grottesca sceneggiata dei proclami in cui Marinelli comunicava all’universo mondo la storica decisione, accolta ovviamente dall’indifferenza generale e da qualche risolino, di sopprimere l’inaugurazione dell’anno accademico per far dispetto a Mussi insensibile al suo grido di dolore. La musica non cambia, le parole nemmeno. Stupisce semmai la pazienza del ministro (quousque tandem…?): fossimo nei suoi panni, ci saremmo già stufati di sentirci dipingere come biechi affamatori da chi ha costruito il suo potere accademico sulla demagogia e sul clientelismo, i cui frutti avariati ci tocca ora ingollare.

Intanto, le inchieste giornalistiche sugli scandali universitari dilagano. Ecco, per la serie infinita che va sotto il titolo ‘l’università degli orrori’, un articolo istruttivo tratto dalle “Cronache dell’Indipendente” del 23.5.07 (come al solito - c’era da dubitarne? - Firenze compare nella lista nera):

 

 Il coro è unanime: non se ne può più. Non se ne può più della pseudoautonomia da repubblica delle banane (e sui banani, si sa, prosperano colonie di scimmiette) che consente alle cricche accademiche egemoni di premiare i loro clientuli, di deliberare assunzioni, di promuovere carriere senza controlli e senza alcun rapporto con le esigenze della didattica e della ricerca scientifica, di sperperare risorse al solo scopo di mantenere e consolidare il proprio potere. Purtroppo si sa già che le consorterie d’irresponsabili non renderanno conto a nessuno delle loro malefatte. Si è mai visto un ateneo dichiarare bancarotta? Si è mai vista un’università commissariata? Una geremiade ben recitata, un ‘j’accuse’ reboante sulla stampa amica, e tutto si sistema. È un obbrobrio che non ha uguali al mondo. Bisogna metter fine a questa vergognosa pantomima per cui le università (o meglio, le oligarchie che vi comandano) possono decidere in piena autonomia spese e investimenti, anche i più scriteriati, e il ministero, alla fine, mette mano al portafoglio. Delle due l’una: o il governo si riprende la gestione centralizzata del settore universitario (chi eroga fondi pubblici ha il dovere e il diritto di controllarne l’uso, visto che ne porta la responsabilità politica di fronte all’elettorato) o l’autonomia dev’essere totale: chi ha i bilanci in rosso e non trova risorse per tappare i buchi che ha perpetrato dichiari fallimento e chiuda bottega. Insomma, si decida: o pubblico o privato: non l’ibrido mostruoso in cui qualche arrogante camarilla dedita alla moltiplicazione di posti inutili (sempre riservati, è ovvio, a parenti e amici) sguazza impunita creando montagne di debiti da scaricare sui contribuenti.