Senza rete

Come ha rilevato il nostro bravissimo e attentissimo Ireneo Galizia (vedi, in questo sito, L’arcano dell’eccellenza), su "La Repubblica" - cronaca di Firenze - del 25.02.2007 è uscito un altro spot trionfalistico sull’Istituto Italiano di Scienze Umane (SUM), intitolato Anche la Sapienza nella rete del SUM.

Ora, se ci pensate bene, ‘cadere nella rete’, ‘finire nella rete’ (mettiamoci anche ‘irretire’) non hanno un’accezione positiva in italiano. Basta scorrere le cronache quotidiane e troviamo: Smantellata in Cina una rete di prostituzione online; notizie di arresti per la rete di pedofili Wonderland; Sgominata rete di usurai; ecc. ecc. È pur vero che alcuni degli eccellenti del SUM hanno un rapporto un po’ conflittuale con la lingua italiana: c’è chi infila ripetizioni come fossero grani di rosario, chi sbaglia i verbi inventandosi forme analogiche ignote ai più, chi sfoggia una prosa rozza insieme e affettata, da azzeccagarbugli della Magna Grecia. Ma sorprende che nessuna di quelle menti eccelse abbia captato quest’aura semantica negativa, evocatrice di giri squallidi e d’imbrogli, e che s’insista fino alla nausea su quell’oscura ‘rete’ (nessuno ha ben capito cosa sia) gabellata per "struttura di alta formazione fortemente innovativa ed originale" (così "La Repubblica" nel soffietto passato alla redazione dall’amico e collega di giornale Schiavone, e subito pubblicato con quel goffo titolo la cui involontaria ironia meriterebbe un bel tapiro: non d’oro, ovviamente, bensì di princisbecco, come si confà all’istituzione ivi celebrata).

 

Oh, che la rete sia ‘innovativa’ e ‘originale’ non c’è alcun dubbio. Anzi, crediamo proprio che sia unica al mondo. Ma non è detto che l’innovazione sia sempre pregevole: è noto che non tutte le ciambelle riescono col buco; quelle senza buco sono, nel loro genere, innovative, però vengono inesorabilmente scartate dal pasticciere. E la genetica c’insegna che le mutazioni sfavorevoli sono più numerose delle favorevoli, ma scompaiono ben presto per selezione naturale.

 

Riflettiamo dunque sulla tanto decantata struttura a rete, partendo da qualche considerazione elementare. Si fa un gran parlare, oggi, di agenzie di valutazione, di competizione tra gli atenei, di assegnazione dei fondi secondo i meriti e i risultati. È la tendenza attuale in tutto il mondo, illustrata con semplicità e chiarezza, sulle pagine di "Io Donna" - supplemento al "Corriere della Sera" di sabato 10.03.2007 - da Danilo Taino nell’articolo Quanto è ricca l’educazione globale.

 

Ma, attenzione!, ogni università risponde in proprio dei suoi successi o dei suoi fallimenti. Riuscite a immaginare Harvard che si consorzia con un oscuro e periferico ateneuzzo del Tennessee per gestire un progetto di ricerca? O un professore di Cambridge che contemporaneamente insegni a Oxford? Roba da crepar dal ridere. Attualmente il SUM ha un organico di 7 docenti, e i dottorati della famigerata rete vanno avanti grazie alla collaborazione di un gran numero di professori incardinati altrove. Non c’è, in pratica, università italiana o estera che non abbia infilato un suo docente nella ‘rete’. Bene: ammettiamo che i risultati didattici e scientifici siano eccellenti, che i prodotti della ricerca siano di livello eccezionale. A chi va il merito? Al SUM o ai docenti collaboratori del SUM ma stipendiati, poniamo, da Roma- La Sapienza, da Arcavacata di Rende, da Macerata o da Cassino? E chi incamererà il relativo premio-eccellenza, l’università che ha gentilmente prestato il suo bravo studioso all’Istituto di Palazzo Strozzi o il SUM stesso, cornacchia avvezza a far la ruota con le penne del pavone? Qualcuno sa dirci con precisione che cos’è questo SUM? Un’agenzia di servizi, una fondazione benefica che elargisce borse di studio ai capaci e meritevoli, un’agenzia di valutazione parallela che decide chi è eccellente e chi non lo è?

 

Caro Ministro, si può sapere come farà la sua già tanto discussa Agenzia (Anvur) a valutare quest’idra policefala, a scindere i meriti e i demeriti degli eccellenti in organico da quelli dei professori finiti nella rete ma retribuiti altrove, a distinguere, nella gran confusione di tramagli e parate, lavoratori e lavativi, luminari, magliari e peracottari?

Una ricetta infallibile in realtà ci sarebbe: unicuique suum (suum, non SUM, avete letto bene). Ognuno rischi in proprio: SENZA RETE. E se qualche saltimbanco tanto presuntuoso quanto scalcagnato farà un capitombolo, nessuno, vi assicuro, si straccerà le vesti dal dispiacere.