Senza fine

 

 

I giornali continuano a pubblicare servizi sul degrado di piazza Brunelleschi. Tra gli ultimi interventi segnaliamo quello del “Corriere di Firenze” del 25 ottobre 2007 (titolo eloquente: “Siamo esausti del degrado”). Ogni volta si riparla del famoso cancello che dovrebbe risolvere, o per lo meno alleggerire, i problemi di quell’area disgraziata, ma la situazione si trascina da anni e per ora nulla è cambiato. Si legge nell’articolo (p. 14): “Sporcizia, escrementi, animali randagi, spaccio, dormitori pubblici”: tutto questo a due passi dagli spazi destinati allo studio e all’insegnamento. E ancora: “La chiusura del cancello nell’ottobre 2006 ha solo marginalmente limitato l’accesso di zingari e vagabondi; non è un caso che materiale didattico ed effetti personali continuino a sparire negli orari di pubblico accesso alla struttura”. Lo scempio cui assistiamo - aggiunge un altro intervistato - non danneggia solo il decoro del posto, ma la credibilità stessa dell’ateneo fiorentino, che si rivela incapace di porre rimedio a una situazione insostenibile.

 

Ma i problemi non riguardano solo la piazza. All’interno della Facoltà di Lettere, termosifoni spenti (oggetto di un altro articolo del “Giornale della Toscana”), toilettes indegne di un paese civile, professori costretti a ricevere gli studenti in loculi ridicoli oppure a coabitare con due o tre colleghi. In quel pozzo senza fondo di sprechi e di clientelismo selvaggio che è diventata l’università di Firenze, Lettere rappresenta, sotto tutti gli aspetti, il peggio del peggio, il punto di non ritorno: inefficienza, degrado, confusione in perpetua crescita nonostante le promesse elettorali, le assicurazioni e i proclami dei gestori del disastro.

 

A proposito: ecco qui di seguito l’ultima missiva del nostro caro Ireneo Galizia, datata 26 ottobre 2007. Ne scoprirete delle belle.

 Egregia professoressa Lazzerini,

da quanto tempo non ci sentiamo! So che Lei ha avuto grossi impegni di lavoro e non ha potuto seguire da vicino le vicende della Facoltà. Eppure a Lettere e Filosofia sono successe tante cose: la preside è stata rieletta (un secondo mandato non si nega a nessuno, ma il consenso non era certo unanime); il vicepreside si è candidato per il consiglio di amministrazione e non ce l’ha fatta; il rappresentante d’area si è presentato per la seconda volta - unico candidato - e tanto entusiasmanti erano stati i risultati conseguiti nel precedente mandato che gli ha concesso fiducia appena il 21% del suo potenziale elettorato. Quanto al volto nuovo che si presentava per i ricercatori, non ha ricevuto il sostegno che ci si poteva attendere. Insomma, una vera débâcle!

Potremmo inveire contro l’assenteismo, ma sarebbe una ben misera giustificazione. Non credo, tra l’altro, che l’assenteismo sia frutto di superficialità, di banale disinteresse. Al contrario, è la spia di un profondo malessere che opprime la Facoltà. Quanti sono quelli che hanno tirato i remi in barca, quanti i delusi, quanti coloro che, offesi nella loro intelligenza - quell’intelligenza critica che, paradossalmente, finisce per costituire un handicap - hanno rinunciato a qualsiasi battaglia? Il problema è che non vengono valorizzate le competenze, ma viene privilegiata la fedeltà al clan dominante. L’indipendenza di giudizio fa paura, ed è fin troppo facile esorcizzarla, soffocarla, estirparla attraverso la diffamazione: le voci fuori dal coro - guarda caso - appartengono sempre a pazzoidi, a esagitati estremisti, a nevrotici asociali (anche se poi scopriamo che si tratta di studiosi di solida fama internazionale). I kamikaze del dissenso imparano a proprie spese quanto sia meglio chiudere gli occhi e condurre vita tranquilla in una nicchia appartata, senza esporsi alla riprovazione e all’implacabile emarginazione sia dei ras d’ateneo sia dei conformisti (la maggioranza, ovviamente) che ne puntellano lo squallido potere. Non è solo una sciagura fiorentina: domenica scorsa (21 ottobre) Giorgio Muratore, notissimo storico dell’architettura e del design, professore alla Facoltà di Architettura ‘Valle Giulia’ (Roma-La Sapienza), a una domanda dell’intervistatrice RAI che gli chiedeva informazioni sulle più prestigiose ‘scuole’ universitarie del settore, rispondeva categorico: “L’università è finita. L’università è un letamaio, forse la parte più corrotta del paese”. Un paese con un futuro brillante, non c’è che dire.

Intanto, i nostri furbetti della cattedrina millantano alleanze influenti, promettono mari e monti a destra e a manca, convincono i babbei (ce ne sono, ce ne sono, anche tra i docenti universitari! La ‘legge Cipolla’, che sancisce la prevalenza del cretino, è stata dimostrata valida per tutti gli ambienti di lavoro) e si propongono ai perplessi - che in genere abboccano - come grandi conoscitori delle segrete cose accademiche. Con risultati catastrofici: si deve al clan dei furbetti quella politica dissennata (decentramento sul territorio, moltiplicazione forsennata dei corsi di laurea, pletora di contratti e contrattini) che ha portato all’attuale, gravissima penalizzazione dell’ateneo, escluso per decisione ministeriale dalla distribuzione di posti di ricercatore insieme con le altre tre università che hanno sfondato il tetto del 90% del Fondo di Finanziamento Ordinario per le retribuzioni. 

Ebbene, non ci crederete, ma quegli stessi furbetti si presentano ora come salvatori della patria-facoltà, vittima del destino cinico e baro. Avete presenti quei piromani che corrono a spegnere il fuoco da loro stessi appiccato, pronti, una volta debellato l’incendio, a ripetere l’impresa da un’altra parte, e così via, di devastazione in devastazione, finché tutto non sia ridotto in cenere? Ecco: questa è la ‘casta’ che ci governa.

Quale sarà, viste le premesse, il futuro di Lettere e Filosofia? Spunterà una nuova classe dirigente in grado di frenare lo sprofondamento? Perché di sicuro occorrono forze nuove che abbiano il senso delle istituzioni, energie fresche ancora capaci di appassionarsi alle sorti della res publica e di reagire allo sconforto del presente. Che però appare sempre più buio, fra intrallazzi, furbate e giochi delle tre carte.

Sì, proprio giochi delle tre carte: non sto esagerando. Basti pensare alla questione del voto dei ricercatori a tempo determinato, giustamente sollevata da Ateneofuturo (www.ateneofuturo.it). Ma qui mi fermo, rinviando al breve riassunto della questione che sottoponiamo all'attenzione dei lettori di ateneopulito e che s’intitola appunto Il gioco delle tre carte.