Il sogno e il risveglio

  

Ieri sera, 10 settembre 2007, sono tornato a casa stanco morto, dopo una mattinata trascorsa a risolvere i dubbi dei laureandi e un pomeriggio di ricerche in biblioteca. Mi sono stravaccato sul divano e ho acceso il televisore. Ma ero così distrutto che mi sono addormentato quasi subito. E ho sognato.

 Mi trovavo in una bella piazza su cui si apriva un maestoso cancello. Di qui sono entrato in uno splendido cortile alberato, pieno di aiuole fiorite e di piante curatissime. In fondo c’era un portone. Sono entrato e sono rimasto abbagliato: vaste sale luminose e ampi corridoi con le pareti interamente coperte da scaffali di libri ordinatissimi, perfettamente rilegati; dappertutto grandi tavoli con computer e pile di volumi … Ma dov’ero capitato? Un vago senso di angoscia mi stava assalendo quando ho visto un mio vecchio amico, compagno di corso all’università. Gli sono andato incontro.

 

Ireneo: Carissimo, cos’è successo? Dove mi trovo? Non riconosco questo posto.

Giacinto: O dove sei vissuto in tutti questi anni? Ti trovi nella nuova Biblioteca Umanistica, da poco ristrutturata, in piazza Brunelleschi. Non riconosci il cortile alberato della facoltà di Lettere?

Ireneo: Sì, sì… Il fatto è che ero abituato a vederlo ridotto a bivacco permanente di punkabbestia, spacciatori e ubriaconi. Mi sembra un sogno vederlo così ripulito: quasi non ci credo. Ma senti, passando dal chiostro ho intravisto delle cabine, di che si tratta?

Giacinto: Come? Non lo sai che oggi è l’election-day, e tutti andiamo a votare?

Ireneo: Votare?

Giacinto: Vedo che il solleone ti ha dato alla testa. Oggi si vota per eleggere i presidenti di corso di laurea, che si sono dimessi a luglio, e il preside.

Ireneo: Beh, avevo rimosso. Ma tu, perché hai codesta faccia da funerale?

Giacinto: Ti confesso che sono in crisi. Tutte le mie convinzioni vacillano. Io sono un tradizionalista, un tipo amante della vita tranquilla. Non mi piacciono i cambiamenti, men che meno le avventure: sono per gli equilibri consolidati e detesto l’alternanza.

Ireneo: E allora, qual è il problema? Continua a votare la preside in carica, che ha ormai un’esperienza quasi decennale, tra mandato appena scaduto e precedenti funzioni di vicepreside plenipotenziario.

Giacinto: Il fatto è che ho un problema di coscienza. Possibile che ogni giorno, nella mia facoltà, si faccia strame della legalità con la connivenza dei vertici istituzionali? Ci sono vicepresidenti di corso di laurea (nel settore Cultura e stilismo della moda) che a lungo, senza alcun legittimo mandato, hanno svolto funzioni di presidente. Ricordo anche che sulla questione fu interpellato l’ufficio legale dell’ateneo fiorentino.

Ireneo: Ah sì? E che cosa rispose?

Giacinto: Rispose appunto, in data 28 febbraio 2006, sostenendo l’illegittimità delle funzioni presidenziali svolte dal vicepresidente, in quanto (citazione testuale) “a tale figura non è attribuito nessun potere di sostituzione, ma solo di collaborazione con il presidente”. Nondimeno, tutto restò immutato, anche se, a rigore, da tale parere sarebbe dovuta discendere la nullità delle delibere assunte dal vicepresidente facente (abusivamente) funzione di presidente. E non è finita qui. Sotto la gestione della persona suddetta, i contributi di laboratorio pagati dagli studenti di quel corso di laurea erano stati impiegati per assumere, a contratto, personale di segreteria. Si trattò di un’assunzione diretta, senza concorso, deliberata dal vicepresidente in questione. Solo per i primi 6 mesi dell’anno 2006, l’assunzione gravò sul budget del Corso di laurea per un ammontare di € 23.096,48 al netto di IVA. La questione fu sottoposta al Garante dei Diritti, dott. Antonino Guttadauro, che il 5 aprile 2006 dichiarò che i contributi di laboratorio non possono essere utilizzati per sovvenzionare uffici di segreteria. Ma, ancora una volta, nessuno è stato chiamato a rispondere dell’illecito. Non solo: chi ha denunciato tali fatti ha dovuto subire varie forme di mobbing. A qualcuno è stato persino tolto l’insegnamento di cui era affidatario.

Ireneo: Allibisco. Sono senza parole.

Giacinto: Già. Poi ci sarebbe molto da dire sulla richiesta di nuovi posti. Chi ha più visto i tabulati che venivano un tempo distribuiti perché si potesse vagliare, sulla base di dati incontrovertibili (il numero di esami) l’effettivo carico didattico dei vari insegnamenti? Così si sono riempiti di personale settori con pochissimi studenti, mentre corsi affollatissimi stanno soccombendo sotto un peso insostenibile. Si sono costantemente privilegiate le amicizie sulle reali esigenze della facoltà.

Ireneo: Ma scusa, non ti paiono queste ottime ragioni per cambiare, per voltar pagina?

Giacinto: Ti dico la verità: mi sembra tutto finito; non ho più fiducia, non ho più né la forza né la voglia di combattere. Aspetto la pensione, e basta.

Ireneo: Ma così spegni la tua intelligenza e dai un calcio a quello in cui hai sempre creduto! Non ti rendi conto che con questa tua inerzia, con questa tua rassegnazione, ti rendi corresponsabile degli abusi e degli illeciti che mi hai raccontato?

Giacinto: Può darsi, ma io davvero non me la sento d’investire energie in un’impresa disperata. Come fai a credere, a sperare ancora di poter raddrizzare le cose?

Ireneo: Ci credo per tutti quelli che verranno dopo di me; e non mi arrendo.

Non mi arrendo! – ho gridato. E a questo punto mi sono svegliato di soprassalto, in un bagno di sudore. Lo stereo diffondeva le note di Amapola.

 

Firenze, 11 settembre 2007

 

Ireneo Galizia