Riceviamo da un nostro studente la lettera che segue (naturalmente firmata con nome e cognome), a dimostrazione del fatto che non tutti i giovani vogliono un’università facile e un sapere confezionato in pillole, esami-burletta da preparare su squallidi bignami e tesi di laurea ridicole, collage di pezzi scaricati da internet. Osserviamo solo che se il Berlusca ha contribuito, come ironicamente rileva il nostro colto interlocutore, a trasformare in realtà il sogno sessantottino della fantasia al potere, l’aria fritta al potere (universitario) l’ha portata senz’ombra di dubbio l’ineffabile ministro Berlinguer, completando un disastro già ben avviato dal pernicioso Ortensio Zecchino e dai suoi consigliori; che mentre attuavano un piano scientifico di distruzione dell’università - con la complicità dei maestrini à penser Eco e Schiavone -, ne progettavano un’altra, cosiddetta d’eccellenza, per sé e per gli amici intimi (già, come nascono il SUM e i suoi fratelli?).

 Quousque tandem?

Quei suoi concittadini così vaghi di processi e delazioni, sempre a bocca aperta di fronte ai tanti retori-politici che se ne servivano solo come di massa plaudente, Aristofane, giocando mirabilmente con la lingua, li chiamava non più Ateniesi, ma Boccapertesi (Kechenaioi in greco, che così mi piace tradurre per mantenere intatta la rima con Athenaioi. “Boccapertani” è del Romagnoli). Di acqua sotto i ponti dai tempi di Aristofane ne è passata molta, come usa dire; nulladimeno, amplissima permane la forbice fra gli innumerevoli cialtroni e i rari, seri, coscienziosi professionisti. A chi ha letto e meditato le pagine dell’Apologia di Socrate così a fondo da farne, come il sottoscritto, il proprio disincantato evangelo laico, non sfugge che la democrazia ha, da sempre, un sacro orrore dell’individuo. La democrazia greca, per la quale l’individualismo era un’esecranda bestia nera, elaborò la nozione di hybris per stigmatizzare l’egotismo; la democrazia italiana, oltremodo formale e di cartapesta, fondata sul gioco del calcio e sui non meno plebei intrattenimenti televisivi noti come reality show, è così pregna di cattocomunismo da non poter non tacciare di superbia chi denunci il pressappochismo e l’analfabetismo dei più. Così paradossalmente accade che non l’incompetenza faccia scandalo, ma la sua denuncia; e che, chi per alta moralità e onestà intellettuale non intende e non può conformarsi al sistema melmoso e mafioso dalla cui cronica carenza di meritocrazia aborre non meno di quanto dal vacuo aborre Natura, si veda affibbiare la qualifica di folle e superbo (ciò che era già nel pensiero greco, per il quale non tutti i folli sono superbi, ma tutti i superbi sono folli). Tale paradosso è ancor più esasperante in quanto l’“accusa” è costituita non solo da quei superciliosi, papillonati cattedratici perlopiù sessantottini che poco hanno studiato e non poco brigato - la Facoltà di Lettere e  Filosofia delle Università di Firenze e di Pisa offre il più cospicuo campionario di siffatta meschinità morale e intellettuale -, ma anche dalla quasi totalità della mia generazione (la generazione di chi decenne vide in tivù la caduta del Muro di Berlino) che, nel vuoto pneumatico di cultura e di valori, prendendo un peu de cuivre et de verre pour de l’or et des diamants, fa lega con gli pseudodidaskaloi, talvolta senza avvedersene, talaltra per lubrico interesse. Gli è che lo sdoganamento della mediocrità accademica è cominciato probabilmente quando la generazione di studiosi più o meno compromessa col fascismo per rifarsi una verginità e accreditarsi come convintamente democratica ha promosso tutta quella razzumaglia sessantottina alla quale l’Italia deve il suo essere oggi nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di provincie, ma bordello. Così quei sessantottini, molto più berlusconiani ante litteram di quanto essi stessi facciano finta di non sapere, anelavano alla fantasia al potere e col Cavaliere l’hanno mirabilmente ottenuta. E come “the man who is so occupied in trying to educate others, that he has never had any time to educate himself” - la citazione è dal pressoché sconosciuto saggio wildiano The Critic as Artist del 1890 -, gli pseudodidaskaloi italici hanno educato ed educano alla piaggeria e al culilingus, uniche discipline in cui siano genialmente ferrati. Epperò in Italia la filologia va a ramengo, più non si producono - perché si è ormai incapaci di produrle - edizioni critiche, l’università è ridotta a un olente cagatoio in cui ciondolano docenti illetterati e acritici discenti. All’emergenza la politica non sa dare una risposta, talché, stretti nella tenaglia fra una destra partito di potta e di governo e una sinistra che cazza la randa e arranca in cazzate, i didimi delle persone perbene sono già infranti. Solo un’ecpirosi e una palingenesi potrebbe salvarci. O anche un’Isola dei Mafiosi, che accogliesse tutta questa vacuità accademica col suo canagliesco servidorame, meritevoli di ciò che il sanguigno letterato Catullo minacciò al pathicus Aurelio e al cynaedus Furio e della dolorosissima raphanidosis prevista per l’adultero dal diritto greco.

Alkiviadis Skamvonidis

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