IL POLLO DI TRILUSSA

  

Tutti ricorderanno il celebre monito di don Milani: «niente è più ingiusto che far le parti uguali fra disuguali». Non si può non essere d’accordo, anche se poi gli antidoti proposti dal troppo mitizzato parroco di Barbiana erano velleitari, populisti e alla fine fallimentari, come dimostra il fatto che i risultati della famosa scuola sono stati, al di là dell’agiografia, scadenti. Ma viene in mente anche il noto ‘paradosso del pollo’ di Trilussa:

 

LA STATISTICA


                                      
Sai ched’è la statistica? È ’na cosa
                                               che serve pe’ fa’ un conto in generale
                                               de la gente che nasce, che sta male,
                                               che more, che va in carcere e che sposa.

                                               Ma pe’ me la statistica curiosa
                                               è dove c'entra la percentuale,
                                               e’ via che, lì, la media è sempre eguale
                                               puro co’ la persona bisognosa.

                                               Me spiego: da li conti che se fanno
                                               seconno le statistiche d’adesso
                                               risurta che te tocca un pollo all’anno:

                                               e, se nun entra nelle spese tue,
                                               t’entra ne la statistica lo stesso
                                                perché c’è un antro che ne magna due.

 

Che c’entra tutto questo con l’università? C’entra, c’entra. Va benissimo la verifica del merito; va benissimo premiare l’operosità scientifica; solo che il decreto 180/08 fa appunto parti uguali tra disuguali, e parte dal presupposto che il pollo-studente sia equamente ripartito tra i docenti. Rileggiamo il testo emendato dal Senato:

 Art.3-bis.

(Anagrafe nazionale dei professori ordinari e associati e dei ricercatori).

1. A decorrere dall’anno 2009, con decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università della ricerca sono individuati modalità e criteri per la costituzione, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica, presso il Ministero, di una Anagrafe nazionale nominativa dei professori ordinari e associati e dei ricercatori, contenente per ciascun soggetto l’elenco delle pubblicazioni scientifiche prodotte. L’Anagrafe è aggiornata con periodicità annuale.

 Art.3-ter.

(Valutazione dell’attività di ricerca).

1. Gli scatti biennali di cui agli articoli 36 e 38 del decreto del Presidente della Repubblica 11 luglio 1980, n.  382, destinati a maturare a partire dal 1º gennaio 2011, sono disposti previo accertamento da parte della autorità accademica della effettuazione nel biennio precedente di pubblicazioni scientifiche.

2. I criteri identificanti il carattere scientifico delle pubblicazioni sono stabiliti con apposito decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, su proposta del Consiglio universitario nazionale e sentito il Comitato di indirizzo per la valutazione della ricerca.

3. La mancata effettuazione di pubblicazioni scientifiche nel biennio precedente comporta la diminuzione della metà dello scatto biennale.

4. I professori di I e II fascia e i ricercatori che nel precedente triennio non abbiano effettuato pubblicazioni scientifiche individuate secondo i criteri di cui al comma 2 sono esclusi dalla partecipazione alle commissioni di valutazione comparativa per il reclutamento rispettivamente di professori di I e II fascia e di ricercatori.

Ebbene, non si gabellino le nuove disposizioni come norme anti-baroni: è vero l’esatto contrario. Perché sarà più facile che venga economicamente punito un operosissimo docente che si trova da solo a dover sopportare un carico didattico di centinaia di studenti - con 120 ore di lezioni ‘frontali’, tesi, tesine ed esami superaffollati - e che per qualsiasi ragione (ricerca mastodontica in costruzione che assorbe tutte le energie; stanchezza; contrattempi editoriali ecc.), ma soprattutto per la necessità, in caso di situazione difficile, di anteporre i diritti degli studenti all’attività di ricerca, non sia riuscito a pubblicare niente in un biennio, piuttosto che il marpione accademico con stuoli di collaboratori che lavorano per lui, sollevandolo anche dall’insopportabile vessazione burocratica dei vari rendiconti, moduli PRIN, consuntivi ecc.

Sia ben chiaro che chi scrive, con oltre cento pubblicazioni (debitamente elencate sul sito del Dipartimento di afferenza), più due libri e diversi articoli in corso di stampa, non intende affatto difendere i fannulloni. Ma, essendo la sola titolare di una disciplina con oltre 200 iscritti, per di più rigorosamente ‘tecnica’ e notoriamente ‘difficile’, sa benissimo quali e quanti sacrifici siano necessari per portare avanti sia la ricerca sia una didattica di massa e nello stesso tempo di qualità. Sacrifici certo non richiesti a chi, di studenti, ne ha magari 3 o 4, e può dedicarsi ai propri studi in piena tranquillità. Per chi è oberato da impegni didattici oltre ogni limite di sopportazione basta un imprevisto - una malattia, un lutto, o anche solo un trasloco - a bloccare di fatto qualsiasi attività di ricerca. E se il malcapitato insegna in atenei non virtuosi non ha neppure la remota speranza di poter reclutare forze fresche per uscire dall’incubo; mentre c’è chi, come certi sedicenti ‘eccellenti’, non ha altro da fare che assegnare e seguire qualche tesi di dottorato (come tutti noi facciamo in aggiunta alla didattica detta ‘di base’) e organizzare di tanto in tanto una conferenza, per lo più di scarso interesse e ancor più esiguo spessore scientifico.

Non sarebbe il caso d’introdurre un coefficiente salva-poveracci stritolati dalla didattica? O di stabilire un numero minimo di studenti pro-capite, obbligando chi resta al di sotto a tenere anche un insegnamento ‘generalista’? Si tratta di trovare un antidoto agli squilibri, in nome di un elementare principio di equità. Sul ‘come’ attuare il correttivo, ovviamente si può discutere.

 

29.11.2008                                                           Lucia Lazzerini