Vini ed eccellenze

 

Ha fatto scandalo, sui giornali, la beffa escogitata dalla signora Robin Goldstein. Scrittrice ed esperta di vini, Mrs. Goldstein si è finta proprietaria di un ristorante a Milano, spiritosamente battezzato Osteria l’Intrepido; ha creato un finto sito, s’è inventata un menu e una carta dei vini e con queste fantasiose credenziali si è iscritta al concorso internazionale per il premio Award of Excellence, che la rivista più prestigiosa del settore, "Wine Spectator", assegna ai ristoranti forniti delle migliori cantine. Ha anche inviato la ricevuta di pagamento della tassa di partecipazione (250 dollari), nonché una lettera di presentazione, una copia del menu del ristorante e, naturalmente, la lista dei vini. "Dopo avere scritto il mio primo libro dedicato ai vini, ho deciso di scoprire come il magazine Wine Spectator assegnava i suoi premi di eccellenza ai migliori ristoranti", ha spiegato l’intraprendente Robin.

Per il menu, l’Osteria l’Intrepido proponeva piatti tipici della gastronomia italiana contaminati con prelibatezze francesizzanti e tocchi di nouvelle cuisine. Accoppiando (poco giudiziosamente) il ruspante culatello di Zibello con uno stucchevole fois gras guarnito di brioche e miele di castagna, scodellando l’improbabile ‘uovo in raviolo’ insieme a un indigesto risotto alla pancetta croccante, chiudendo infine il letale convivio con un soufflé di parmigiano reggiano - tanto per spedire a quote stellari il conto e il colesterolo dei malcapitati, ma per fortuna solo virtuali, avventori - la signora ha conquistato la giuria e ha messo una seria ipoteca sull’ambito riconoscimento.

Ma nella carta dei vini la signora Goldstein si è davvero superata e non ha havuto rivali. Ha proposto una selezione di rossi italiani accuratamente scelti tra le più nefaste vendemmie: torbidi Amaroni dall’aroma incerto, Baroli d’insostenibile pesantezza, Cabernet d’infima qualità, tutti già bocciati da "Wine Spectator". Eppure questi vini da quartino di ‘sfuso della casa’ hanno portato la finta osteria e il finto menu ad aggiudicarsi l’Award of Excellence della rivista. Il numero di agosto del periodico dà notizia dell’assegnazione del premio e l’Osteria l’Intrepido viene inserita nel database del sito. Ma a questo punto la signora Goldstein, in occasione del meeting dell’American Association of Wine Economists tenutosi a Portland, rivela il suo megabluff, e ovviamente l’Osteria scompare trascinando nel ridicolo il periodico enologico.

"Naturalmente è preoccupante che un ristorante inesistente possa vincere un premio di eccellenza - ha commentato Robin Goldstein - ma è ancora più preoccupante che il premio non sembri affatto legato alla qualità delle liste vini dei presunti ristoranti". Tanto più che, come si è detto, la cartacea ‘cantina’ Goldstein è stata premiata benché offrisse proprio i vini giudicati men che mediocri dallo stesso "Wine Spectator". Ma sommelier e papille gustative c’entrano poco, in tutta la faccenda; c’entrano invece molto i 700.000 dollari che la rivista ricava annualmente dal ‘concorso’, e quindi è possibile che alla fine per l’assegnazione del premio si tiri a sorte, secondo il saggio metodo di rabelaisiana memoria.

Il fatto è che questa storia di finta eccellenza e di finti concorsi ha qualcosa di maledettamente familiare... Non è così che in Italia si stabilisce l’eccellenza degli atenei?

ADWARE OF EXCELLENCE al SUM. "O chi lo conosce? O icché ll’è?" si disse subito a Firenze. Infatti. Il SUM è l’Osteria l’Intrepido delle università: inventato in pochi giorni, menu raffazzonato e mediocrissimo, ma grande abilità nel creare battage pubblicitario e nel lanciarsi all’arrembaggio di riconoscimenti e di quattrini. Solo che a fare outing, come la spiritosa signora Goldstein, il BarSUM di Palazzo Strozzi non ci pensa nemmeno, e non c’è da illudersi che, come il ristorante fasullo, sparisca nel nulla da cui è venuto e in cui potrebbe tranquillamente tornare senza danno alcuno per la cultura.